
Pellegrini di speranza, l’invito a mettersi in cammino
L’intervista Monsignor Paolo Braida, sacerdote lodigiano, capo ufficio della Segreteria di Stato vaticana e collaboratore di Papa Francesco sull’Anno Santo
Roma
Monsignor Braida, il pellegrinaggio a Roma è sempre stato centrale nei Giubilei. Qual è il suo significato per i fedeli?
«Ogni giorno, mentre vado al lavoro, attraverso il portico della Basilica di San Pietro e passo davanti alla Porta Santa. A volte c’è un fiume di gente; a volte gruppi organizzati, preceduti da qualcuno che porta la croce; a volte persone “sciolte”, magari con il cellulare in mano per una foto o un video… Comunque sono pellegrini, più o meno consapevoli e raccolti, ma sono qui a compiere questo gesto simbolicamente così forte. “Passare la Porta Santa”: attraversare quella soglia è un segno suggestivo, che parla a tutti, e che invita molti a mettersi in viaggio per venire a Roma. Allora la predicazione – con i vari mezzi a disposizione oggi – deve evangelizzare questo viaggio, perché diventi un pellegrinaggio verso Gesù, che è la Via e la Porta, verso Gesù che è la Speranza per ogni persona e per il mondo».

Qual è il rapporto tra il pellegrinaggio a Roma e la dimensione locale del Giubileo?
«Grazie di questa domanda, perché mi dà modo di fare un chiarimento. Nell’attuale Giubileo, che è un Giubileo ordinario, le Porte Sante sono solo quelle delle quattro Basiliche Papali romane: San Pietro, San Paolo, San Giovanni e S. Maria Maggiore. (Quella aperta nel carcere di Rebibbia ha un forte significato ma praticamente è riservata ai detenuti e al personale e a pochi altri.) Questo va sottolineato, perché in tante diocesi può essersi creato un equivoco, pensando che anche nelle cattedrali e nelle chiese giubilari ci siano delle “porte sante”. In effetti, nel Giubileo della Misericordia, che era straordinario, è stato così, cioè in ogni diocesi c’era la Porta Santa, proprio per esprimere la “larghezza” della misericordia di Dio. Invece il Giubileo ordinario mette in primo piano il pellegrinaggio a Roma. Viene da pensare ai nostri nonni, che magari una volta nella vita venivano a Roma per il Giubileo, e ci venivano da pellegrini, non da turisti».
Ma allora la dimensione locale sparisce?
«No, la dimensione locale non può sparire! Facciamo un esempio: una persona di Lodi, o una famiglia, o una comunità parrocchiale di Lodi fa il pellegrinaggio a Roma, celebra il Giubileo nella sua intensità spirituale e così vive un passaggio forte di purificazione, di riconciliazione, di rinnovamento… Ma poi questa esperienza, dove la mette in pratica? Dove la traduce in atteggiamenti e comportamenti quotidiani? Là dove vive! Nella sua realtà locale, nella sua città e nella sua parrocchia, a casa, al lavoro, a scuola, con gli amici. E come la vive? Con la santità che ha ricevuto dalla grazia di Dio. E cosa significa questa santità? Significa che come lui/lei è stato/a perdonato/a da tutti i suoi peccati e guarito/a da ogni ferita causata dai peccati, così adesso perdona tutti, sempre, ed è libero/a da ogni rancore e spirito di vendetta, e d’ora in poi il criterio fondamentale della sua vita non è più il suo interesse ma il bene del prossimo e il bene comune».
E se una persona non può andare a Roma?
«Chi non ha la possibilità di recarsi a Roma per il pellegrinaggio giubilare è invitato a riflettere concretamente su come e quando vivere questa esperienza di fede, eventualmente con il consiglio del proprio padre spirituale. Una valida alternativa è rappresentata da un pellegrinaggio più breve e accessibile, ma comunque significativo. Per chi si trova a Lodi, è possibile recarsi presso una delle chiese giubilari del territorio: la Cattedrale di Lodi, Chiesa madre della diocesi; la Basilica dei Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini a Sant’Angelo Lodigiano; il Santuario di Maria Madre del Salvatore, noto anche come Madonna dei Cappuccini, a Casalpusterlengo; oppure la Basilica dei XII Apostoli o di San Bassiano, a Lodi Vecchio.
Le persone molto anziane o inferme possono vivere il pellegrinaggio in modo spirituale, anche senza spostarsi fisicamente. Questo cammino interiore, vissuto con il cuore nella preghiera, deve concretizzarsi in un momento intenso di fede, attraverso la Confessione, la Comunione e il distacco completo da ogni intenzione cattiva, per poter così ottenere l’indulgenza giubilare».
Grazie di questi chiarimenti. Può dirci qualcosa anche sul tema scelto per questo Giubileo, cioè la speranza? Perché pellegrini “di speranza”?
«Sì, certo. Vorrei ricordare quello che è successo in questi ultimi trent’anni, da prima del Duemila fino ad oggi. Pensiamo a San Giovanni Paolo II, eletto Papa nel 1978 a 58 anni: fin dall’inizio ha guardato alla soglia del Duemila, e su di lui il Cardinale polacco Stefan Wyszyński pronunciò la profezia: “Tu introdurrai la Chiesa nel terzo millennio”. E così è stato. Il pontificato di Giovanni Paolo II, il più lungo della storia dopo quello di Pio IX, ci ha guidato a oltrepassare quella data storica. Ma cosa è successo subito dopo? Il sogno di un’umanità pacifica è crollato insieme con le Torri Gemelle, l’11 settembre 2001. E in questi venticinque anni si è sviluppata una crisi globale complessa. Ad essa Papa Francesco ha risposto con due grandi Encicliche sociali: Laudato si’ e Fratelli tutti, ma anche con il Giubileo straordinario della Misericordia e con la recente Enciclica Dilexit nos sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo. Da qui viene “la speranza che non delude”, come Papa Francesco sempre ripete. La speranza che non è crollata e non può crollare con le guerre e le calamità; la speranza che Papa Benedetto ha presentato da maestro nell’Enciclica Spe salvi (2007). Questa è la speranza che la Chiesa e solo la Chiesa può portare, perché non è un’ideologia ma è Gesù Cristo morto e risorto. Di questa speranza l’attuale Giubileo ci fa pellegrini. E meglio ancora lo dice il motto in latino: peregrinantes in spem, cioè pellegrini contemporaneamente nella e verso la speranza».
Il pellegrinaggio è un’esperienza comune a molte religioni.
«Sì, hai toccato un aspetto molto interessante. Perché è vero che il Giubileo è una realtà tipicamente biblica e cristiana, ma è anche vero che ormai viviamo in contesti multireligiosi e l’aspetto del pellegrinaggio si presta al dialogo. Infatti, lo ritroviamo in tutte le grandi religioni. Per i musulmani, in particolare, il pellegrinaggio alla Mecca è uno dei cinque pilastri dell’Islam, un atto di obbedienza a Dio che purifica il cuore. Papa Francesco ha più volte sottolineato e testimoniato l’importanza del dialogo interreligioso e del camminare insieme. Il pellegrinaggio è un’opportunità di incontro tra persone di religioni diverse, un segno che tutti siamo in cammino verso Dio».
La bolla di indizione del Giubileo 2025, Spes non confundit, afferma che la grazia di questo Anno Santo deve tradursi in “segni di speranza”. Quali sono questi segni?
«Papa Francesco ha indicato questi segni di speranza: l’impegno per la pace nel mondo; l’apertura alla vita e il sostegno alla natalità; l’attenzione per i detenuti; la vicinanza ai malati e agli anziani; il sostegno ai giovani; la solidarietà con i migranti e con i poveri. Il pellegrino di speranza non pensa solo a sé, a stare bene per arrivare alla meta, perché sa che alla meta non potrà arrivarci da solo, ma insieme ai suoi fratelli, specialmente a quelli più deboli e svantaggiati. In effetti, vale anche per la speranza quello che succede per la fede e la carità: cresce nella misura in cui la condividiamo con chi ne ha più bisogno».
Un ultimo messaggio per chi parteciperà al Giubileo 2025?
«Venite a Roma con il cuore aperto alla grazia, lasciatevi trasformare dall’amore del Signore. E se non potrete venire fisicamente, fate un pellegrinaggio locale, accompagnato dalla preghiera e dalle opere di misericordia. Il Giubileo è per tutti, perché tutti siamo in cammino. E soprattutto, teniamo fisso lo sguardo su Gesù: è Lui la Via, è Lui la Porta, è Lui la nostra Speranza».
Intervista a cura di Katiuscia Betti
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