Callas e Pasolini, il loro intreccio creativo e di vita ora sul palco a Piacenza

OPERA La recensione di Fabio Francione

Piacenza

Il 1969 non fu un anno facile né per Maria Callas né per Pasolini. La prima veniva dalla separazione da Onassis e dal matrimonio di quest’ultimo con Jacqueline Kennedy, il secondo dopo la feconda esperienza del cinema di poesia e la riscoperta del mito, dopo le polemiche sessantottine e l’aver saputo che Ninetto si sarebbe sposato, vi tornava su chiamando proprio la cantante greca a interpretare Medea, già portata in più occasione in tanti teatri d’opera.

Una scelta logica qualcuno direbbe nel trovare per un regista cerebrale e esigente come era Pasolini un volto e un corpo per Medea. Il loro incontro però non si fermò alla realizzazione del film, ma in un rocambolesco intreccio di vita e arte proseguì anche al di fuori del set. Ciò diede la stura a numerose interpretazioni, soprattutto preda dei rotocalchi popolari che intravidero in alcune scelte del poeta e regista la possibilità che la Callas potesse diventare sua moglie. La prima a crederci fu proprio Maria. Purtroppo, le cose andarono diversamente e si sa come Pasolini andò incontro al proprio tragico destino solo poco più di cinque anni dopo. La Callas lo seguì a distanza di due anni. La loro breve stagione di questo particolare amore è ora raccontato in un’opera dal titolo antonioniano, composta da Davide Tramontano su libretto di Alberto Mattioli, Cronaca di un amore. Callas e Pasolini, andata in replica per due giorni al Teatro Municipale di Piacenza quest’ultimo scorcio di marzo. Notevole la regia di Davide Livermore con Mercedes Martini, sostenuta dai montaggi video di D-wok (la collaborazione del collettivo con il regista è di lunga data, soprattutto in alcune inaugurazioni scaligere) e nella sapienza non solo calligrafica di ciò che rappresentavano all’epoca Pasolini e la Callas, portatori di un costante scandalo al perbenismo, già scalfito ma non del tutto demolito dalla Contestazione.

Sebbene il poeta e la soprano non ne sopportassero gli esiti. D’altronde, le loro sono due solitudini che per un breve tratto e a ben vedere in maniera solipsistica si sono incontrate. Più per reazione al mondo che li circondava che per un vero afflato. Oggi si direbbe “sentiment”. In parte la soprano Carmela Remigio che non cerca di imitare la “divina”, ma ne aggiorna le movenze facendole sue. Bruno Taddia è un Pasolini beat desideroso di specchiarsi nella nuova gioventù della fine degli anni sessanta che non migliore di quella che aveva conosciuto. Anzi. Tutto ciò si comprende nelle piccole cuciture tra un atto e l’altro e nelle sospensioni musicali che abbracciano la varietà di stile che hanno portato a un rinnovato uso di moduli cari a una post-avanguardia non legata a ferrei dogmi e più portata a un post-modernismo tutto ancora da verificare.

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