I macchiaioli a Palazzo Reale, “impressionisti” di casa nostra

LA MOSTRA La recensione di Fabio Francione

Se esistessero contiguità e corrispettivi tra le arti e i movimenti regionali e nazionali bisognerebbe accostare i macchiaioli toscani agli impressionisti francesi. Come è ovvio sono forzature. Ma poi nemmeno tanto se ci si accorge che il tempo delle “magnifiche sorti e progressive” della seconda metà dell’ottocento e della prima parte del ‘900, antecedente alla grande carneficina della Prima Guerra Mondiale, stava producendo un salto tecno-visivo di proporzioni allora inimmaginabili. Complici anche la fotografia, il cinema e la scoperta dei raggi X. Lasciando gli impressionisti alla loro imperitura popolarità, dovuta più alle eccezionali individualità, ci si sofferma su “I macchiaioli” – così si titola l’importante allestimento aperto al piano terra di Palazzo Reale a Milano (visitabile fino al 14 giugno, catalogo e mostra edito e prodotta da 24Ore Cultura e Civita, a cura di Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernado Mazzocca) – che nell’insieme trovano un senso comune di appartenenza. Lo si evince da una vecchia raccolta di “Lettere” curata da Lamberto Vitali, peraltro edita più volte sia dall’Einaudi sia ora da Abscondita.

L’appoggio è facile, il perno centrale del movimento nasce sotto la luce risorgimentale di un paese, l’Italia, che vuole liberarsi dallo straniero e diventare stato e non più solo mera espressione geografica. Con le armi e con l’Arte si era compreso che un’identità l’Italia l’aveva, bisognava solo ricomporla. Il concorso di molti artisti, poeti e intellettuale fu impagabile come la rincorsa a una precisa collocazione del paese nel mobilissimo scacchiere europeo del XIX secolo. Culla di nascita della “macchia” non poteva non essere che la Toscana: da Firenze (il recupero dell’antica grandeur da Dante, riscoperto proprio nell’800, al Rinascimento) per passare poi alle coste e spiagge livornesi, di Castiglioncello, ove grazie al lavoro critico di Diego Martelli, s’adunarono molti artisti, chiamati a dipingere paesaggi e marine, minute scene contadine di vita contadina e signorile, che soppiantarono soldati e battaglie (Garibaldi, garibaldini, milizie piemontesi e mazziniani erano i soggetti più inseguiti). Lì, tra il litorale labronico, la Versilia, e la marina di Carrara: Fattori, Abbati, Signorini, Cabianca, Borrani, Sernesi trovarono la spinta per creare una nuova pittura che espanse la propria influenza nel corso di quasi un secolo sia alla letteratura verista (Verga, Fucini, il primo d’Annunzio) sia al cinema realista di Visconti.

Fabio Francione

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