LA MOSTRA “Casorati” a palazzo Reale a Milano

Fino al 29 giugno un viaggio nella pittura dell’artista piemontese

Non si creda vera la proposizione programmatica che la pittura, o meglio, il dipingere di Felice Casorati sia un atto esclusivamente pratico e non sostenuto da dichiarazioni poetico-estetiche. Tutt’altro, sembra oggi dimostrare, sotto il peso della mole degli studi sull’artista piemontese, compresi documenti autobiografici (conferenze e lettere) e catalogo generale delle opere, la mostra appena aperta a palazzo Reale a Milano. Visitabile fino al 29 giugno prossimo (curiosamente la chiusura si fissa nel giorno della nascita di Giacomo Leopardi) e curata da Giorgina Bertolino, Fernando Mazzocca e Francesco Poli (autori anche del pregevole catalogo edito da Marsilio Arte), “Casorati”, scritto così solo col cognome pare indicare da una parte la dimensione iconica raggiunta dalle opere, dall’altra bolla un successo arrivato per gradi. Se non postumo, poco ci manca. Eppure, girovagando nelle sale del piano nobile di palazzo Reale, destinate alle mostre soprattutto esploranti il ’900, ci si accorge di come il deja vu diventi padrone dell’occhio: non si può tacere che molti dei soggetti e quadri dipinti siano andati a stamparsi su copertine di libri e di manifesti pubblicitari. Il cinema forse ha agito diversamente dal teatro, ove Casorati ha reso molto di più. Testimonianza sono i disegni e bozzetti destinati al teatro alla Scala, che sono quasi una mostra sé. Ciò rende ancor riconoscibile la capacità delle opere, delle singole tele, di essere entrate in un immaginario artistico collettivo che ha consentito a Casorati di essere inserito nel novero dei grandi pittori del XX secolo. Soprattutto di coloro che seppero piegare i sussulti imprevedibili delle avanguardie di primo-novecento e le illuminazioni dei movimenti di fine Ottocento al recupero di tradizioni pittoriche care all’Italia umanistico-rinascimentale. Dunque, nell’arco di una quarantina d’anni, Casorati elabora e rinnova il suo linguaggio artistico, facendola diventare lingua simbolista (quasi in odore di jugendstil), metafisica, revanscismo anni ’30, per poi sul finire della vita approdare a una sintesi tra i beneamati ritratti, pochi paesaggi e nature morte, che sembrano asciugarsi nella toscanità di Soffici e nelle inquietudini morandiane.

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