
LA MOSTRA I “pensieri instabili” di Franco Raggi
Alla Triennale di Milano un’esposizione che omaggia l’opera dell’architetto
Ormai non è più eccezionalità, ma una vera e propria prassi espositiva quella varata dalla Triennale Milano, guidata da Stefano Boeri e per la parte del Museo del design da Marco Sammicheli, nel predisporre attraverso mostre, cataloghi, public program, indagini su alcune del figure più importanti dell’architettura e del design (e in ultimo anche della moda, testimonianza le mostre sulla Bolzoni e quella ancora in corso su Fiorucci); insomma, di quella cultura del progetto che rese grande e portò fuori dai suoi confini il Belpaese attraverso prodotti la cui serialità si coniugava perfettamente (e non nel mezzo, ma di sostanza) tra l’artigianato e l’originalità creativa e autoriale. Tra i protagonisti, ultimo, ma non ultimo per importanza, vi è Franco Raggi, classe 1945, architetto propenso all’eclettismo e alla voracità intellettuale rischiarati in tutta la loro forza creativa in “Pensieri instabili”, mostra e catalogo edito da Triennale / Electa curata da Marco Sammicheli e Francesca Pellicciari e visitabile nel Palazzo delle Arti di via Alemagna fino al 13 aprile prossimo. L’approccio curatoriale assolutamente innovativo racchiude una selezione dei maggiori (e come nota lo stesso Raggi prediletti) lavori dell’architetto, nella celebre (e iconica) Tenda Rossa del 1974, richiamo al non meno famoso rifugio dei superstiti del disastro al Polo Nord del dirigibile Italia. Dunque, in un allestimento trasversale che intreccia autobiografia, non solo esistenziale (l’amicizia con Sottsass e la susseguente frequentazione con i campioni dell’architettura radicale e poi con Studio Alchimia), ma anche degli stessi oggetti, realizzati per alcuni dei più celebri marchi d’arredamento e accessori e appositamente schedati da Raggi medesimo nel catalogo, espongono il visitatore ad una vertigine creativa che sta proprio in quell’instabilità progettuale dettata dal titolo della mostra. Infine, risulta notevole l’apporto ad un’ulteriore comprensione del lavoro di raggi, l’aver antologizzato nel catalogo un’ampia selezione dei suoi scritti, soprattutto nel collezione di tutti gli editoriali di Modo, rivista da lui diretta all’inizio degli anni 80.
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