La neotelevisione cambia le regole: il telespettatore è sovrano
TELEKOMMANDO La rubrica a cura di Fabio Francione
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La pausa veneziana da questa rubrica, occupata però dai reportage dalla Biennale Arte, ha dato il la ad alcune riflessioni che, in certo qual modo, hanno a che fare con il mondo delle comunicazioni e dei media. Anche artistici e quindi televisivi. D’altronde, lo si ripete ad ogni pié sospinto che la televisione non è altri che un comunicare a tutti i livelli con altri mezzi. Dunque, considerare il mezzo quale collettore di discipline culturali e artistiche, nondimeno da elencare in generi e sottogeneri, non è esercizio da affidare solo a specialisti e studiosi. Ma, altresì, per le caratteristiche della cosiddetta neotelevisione, considerata parte integrante di un processo di partecipazione attiva del pubblico, anche ogni singolo telespettatore può determinare gli indirizzi di qualsiasi trasmissione: decretarne il successo come l’affossamento. Non solo tramite l’indice d’ascolto (o audience di gradimento che si voglia) che vale fino a un certo punto, da quando il bouquet dei canali si è ampliato a dismisura come le piattaforme digitali a pagamento ormai strutturate a matrioska, e vi è la possibilità di rivedere quando si vuole i programmi persi (Rai Play, Mediaset Infinity, rivedi La7 ). Ciò consente la costruzione di palinsesti soggettivi, monografici e a tema, oppure trasversali a seconda dei gusti e piaceri individuali del pubblico. Da qui, la scomparsa o meglio la frammentazione di quel sentire collettivo che era proprio della tv degli albori e almeno fino alla metà degli anni 80. Anche se, già il decennio prima, con l’avvento delle emittenti private si decretò l’inizio della fine del cinema (perché per garantire un minimo di ore di trasmissione vennero saccheggiati i magazzini delle maggiori distribuzioni), riformando però generazioni di cinefili che spostarono successivamente la loro attenzione alla tv (due, tre, forse quattro su tutti e in differenti approcci forniscono esempi: Freccero, Sanguineti, Ghezzi e Giusti). Da qui, è partita l’ultima propaggine di rivoluzione dei palinsesti ed ecco che allora che si compiono e realizzano filotti settimanali di fiction e serie oppure altri riguardanti varietà mascherati da talent o ancora reality travestiti da intrattenimento pomeridiano o ancora tentativi di valorizzare determinate fasce d’ascolto con programmi che ricordano quelle copie conformi che sono alla base di molta avanguardia artistica degli anni sessanta del secolo scorso.
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