Milano, la Triennale omaggia Andrea Branzi, maestro del design italiano

LA MOSTRA La recensione a cura di Fabio Francione

Milano

Non voleva essere un maestro, ma maestro lo fu davvero. Eppure nel seguito della risposta che diede a uno dei suoi studenti era solo uno che voleva e aveva tanto e ancora da imparare. Così, Toyo Ito, intervenuto con un videomessaggio, ha introdotto la mostra che la Triennale di Milano insieme alla Fondation Cartier pour l’art contemporain dedica ad Andrea Branzi, che si squaderna già nel titolo contrassegnato dal rapporto di scambio intellettuale avvenuto negli anni tra i due: “Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present” (visitabile fino al 4 ottobre prossimo, catalogo Electa curato da Michela Alessandrini, Nina Bassoli e Marilia Pederbelli). Il racconto dell’architetto giapponese prosegue di come “La figura di Andrea Branzi assomiglia più a quella di un pensatore che a quella di un architetto o di un designer: per tutta la vita non ha mai smesso di interrogarsi sulla vera natura del design, dell’architettura, della città. Credo che per lui il fatto di progettare edifici o oggetti fosse qualcosa di inutile – simile alle ‘bolle nelle sacche del fiume’, di cui scriveva Kamo no Chōmei. Per questa ragione, non si è dedicato mai a un progetto di design fine a se stesso”. In un allestimento che privilegia il piacere dell’occhio, il flusso continuo – cronologicamente colorato dal succedersi delle bolle di oggetti, progetti, modelli, libri, foto e disegni, sembra smarcarsi nei due ritratti di Branzi posti in opening e epilogo della mostra: il primo giocato sui movimenti contestatari e creativi degli anni sessanta (sono gli anni dell’architettura radicale di Archizoom che prendeva dalla pop art e che come colonna sonora aveva il rock degli Stones e dei Beatles, ancora dalle filosofie orientali e indiane filtrate da un cattolicesimo sociale tutto fiorentino, perché Branzi era nato a Firenze nel 1938, morirà a Milano nel 2023) e con il secondo, invece, semplice chiosa di una carriera straordinaria per come l’architetto ha saputo attraversare da protagonista la cosiddetta età dell’oro del design italiano, riconosciuto ancor oggi nella sua dimensione internazionale da quella cultura del progetto cui servì con i suoi pensieri. Riflessioni e concetti che riteneva sopravvivessero alle architetture e agli oggetti reali, la sua No-Stop City; le intuizioni sulla biodiversità; l’interesse verso le nuove tecnologie che avrebbero risidisegnato i contesti e gli spazi urbani. Ancora, la talentuosa capacità di essere contemporaneamente dentro e fuori il suo tempo gli consentì di elaborare alcune teorie che oggi sono diventate patrimonio comune per architetti, designer, urbanisti e filosofi.

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