Quando saper scrivere non basta più:
in “tour” per non essere invisibili
LA RIFLESSIONE Ilaria Rossetti, romanziera di Lodi, racconta l’odissea delle presentazioni
Lettura 1 min.Quando la letteratura smette di essere scrittura e creatività e diventa contabilità, logistica, chilometri, treni persi, sedie da riempire. E, a volte, sedie vuote. È da questa immagine molto concreta che parte la riflessione della scrittrice lodigiana Ilaria Rossetti, da febbraio in tour per presentare il suo nuovo romanzo Qualcuno da odiare, che ha affidato ai social uno sfogo lucido e allo stesso amaro sul mestiere di scrivere oggi. O meglio: sul mestiere di promuoversi.
«Da quando è uscito il mio ultimo romanzo io ho fatto venticinque presentazioni: significa una media di quasi due incontri alla settimana», si legge nel post. Spostamenti continui e ore investite per eventi che, talvolta, possono trasformarsi in un piccolo trauma silenzioso: perché, come è successo anche all’autrice, capita che alla presentazione non si presenti nessuno.
Nel post, diventato rapidamente terreno di discussione tra addetti ai lavori e lettori, la scrittrice mette a fuoco un nodo sempre più evidente dell’editoria contemporanea: oggi non basta scrivere bene. Bisogna esserci, esporsi, diventare una sorta di estensione vivente del proprio libro. «L’incontro con i lettori è diventato una necessità legata alla vendita - spiega -. Da parecchi anni la promozione ricade pesantemente sugli autori. Chi scrive deve anche fare presentazioni, essere interessante, saper stare davanti al pubblico. Non tutti hanno queste capacità. Ma se non lo fai rischi l’invisibilità». Da qui l’immagine, feroce ma efficacissima, degli scrittori trasformati in «venditori porta a porta dei propri romanzi». Una deriva inevitabile? «Sì, ma il problema è a monte. C’è una sovrapproduzione di libri rispetto ai lettori e bisogna inventarsi modi nuovi per far emergere i titoli. Uno dei sistemi più efficaci e meno costosi è chiedere agli autori di occuparsi direttamente della promozione».
Con un ulteriore paradosso: in Italia, salvo rarissime eccezioni, le presentazioni non vengono pagate. «Di solito c’è soltanto il rimborso spese. E quindi alcuni possono permettersi questo tipo di vita, altri no».
Rossetti continua però a difendere con convinzione il valore dei tour, soprattutto nelle province, lontano dai grandi circuiti culturali. «Esistono ancora territori con fame di libri. Vale la pena andare anche nei centri più piccoli, perché può contribuire a una diffusione più democratica della cultura. Questa cosa la sostengo e la difendo. Certo, dovrebbe essere una scelta dello scrittore, non una condizione imposta».
Quanto alle serate finite nel vuoto, la ferita con il tempo cambia forma. «Fortunatamente mi è capitato pochissime volte. Ma non l’ho mai vissuto come un dramma personale. Ci sono mille variabili che possono fare saltare un incontro. Resta comunque il tema del tempo perso e delle energie investite. Un conto è fare venti chilometri, un altro sei ore di viaggio». Poi, però, ci sono anche le serate che rimettono tutto in equilibrio. Come quella, recente, a Trento: «In una bellissima libreria si è creata una grande sintonia con il pubblico. Ecco, in momenti così capisci perché vale ancora la pena spendere tempo ed energie per incontrare i lettori».
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