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Realtà e ricostruzione in Black Hawk Down, la nuova docuserie su Netflix

Dici Black Hawk Down e subito pensi a una delle battaglie più sanguinose affrontate dall’esercito americano dopo il Vietnam. Ovvero quella combattuta il 3 ottobre 1993 a Mogadiscio, in una Somalia insanguinata dalla guerra civile, quando le truppe Delta Force e quelle dei Rangers tentarono di catturare alcuni esponenti che sostenevano il generale Aidid, in gran parte responsabile dell’ondata di violenza nel paese. Il prezzo pagato fu altissimo, dal momento che due elicotteri americani vennero abbattuti sul campo, con i soldati assediati dai miliziani, aiutati anche dalla popolazione locale, sobillata contro il contingente internazionale.

Ancora una volta Netflix lancia sulla propria piattaforma una docuserie accurata e imperdibile, soprattutto perché senza filtri: la trasparenza con cui vengono raccontati i fatti non fa sconti agli errori evidenti che furono commessi nell’affrontare l’intera operazione. Una narrazione destinata a fare discutere, ma rispettosa della verità e degli spettatori.

Black Hawk Down: la storia vera è un documentario in tre parti che arriva dopo la pellicola girata da Ridley Scott nel 2001 e intitolata proprio Black Hawk Down, un film ispirato al libro del giornalista Mark Bowden che affrontava la battaglia di Mogadiscio inquadrandola come una storia di guerra moderna, diversa da tutte quelle combattute in passato.

La serie è stata diretta da Jack Maclness ed è stata prodotta dalla Ridley Scott Associates, società legata al famoso regista. La sua particolarità consiste nelle interviste realizzate con i sopravvissuti di entrambe le parti del conflitto, dai soldati statunitensi partiti giovanissimi senza avere la minima idea di che cosa fosse la guerra ai combattenti somali, passando per i residenti di Mogadiscio e i sostenitori del generale Aidid, arrivando al pilota superstite Michael Durant che fu sequestrato, tenuto in ostaggio per giorni, ripreso in un video diffuso pubblicamente e poi rilasciato.

La narrazione del conflitto avviene sia attraverso il racconto dei protagonisti sia attraverso delle ricostruzioni e dei filmati d’epoca. Senza censure, soprattutto per quanto riguarda il traumatico battesimo di fuoco sul campo dei soldati americani, per loro stessa ammissione ben addestrati ma completamente ignari di cosa volesse dire combattere. Tra i protagonisti c’è anche Ahmed “Five”, un cameraman che ha vissuto a Mogadiscio e che con la sua telecamera ha raccontato tutti gli avvenimenti; la maggior parte delle riprese della battaglia presenti nel documentario portano la sua firma.

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