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“Il gattopardo” diventa serie tv per Netflix

”Open to meraviglia”: mettere mano al capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa per una serie tv ha più o meno lo stesso coefficiente di rischio che ci si è assunti al momento di attingere a Botticelli per la celebre campagna pubblicitaria sul made in Italy. E il risultato, per alcuni versi, vedremo che è paragonabile.

L’intento del colosso Netlix, nel portare sul piccolo schermo “Il gattopardo”, è sembrato chiaro sin dalle prime scelte di produzione (una cordata italo-inglese con Tom Shankland che si è alternato alla regia con Laura Luchetti e Giuseppe Capotondi, mentre la sceneggiatura è firmata da Richard Warlow e Benji Walters): un cast internazionale, guidato da Kim Rossi Stuart nei panni del principe di Salina, e la Sicilia che irrompe nello scenario, con l’obiettivo di non essere un semplice sfondo, ma un personaggio a se stante della narrazione. Il contesto, ovviamente, resta quello del romanzo e quindi la storia del Risorgimento italiano che però nei sei episodi della serie fila via un po’ per sommi capi, così come il cuore dell’opera di Tomasi di Lampedura (le trasformazioni nella vita e nella società nobiliare del Regno delle due Sicilie con l’arrivo dei piemontesi e i “gattopardi” destinati all’estinzione). Il celebre «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» rimane uno degli anelli di congiunzione nella narrazione di questa serie, ma gli autori hanno pensato che per riportare in vita il romanzo, e soprattutto, presentarlo al pubblico “generalista” internazionale e mediamente giovane delle serie tv servisse ben altro. Allora spazio alle location abbacinate di sole e a una rinnovata centralità delle vicende familiari della casata del principe di Salina con, in particolare, un’attenzione alle figure femminili e in particolare ai personaggi di Concetta (Benedetta Porcaroli) e di Angelica che ora rivive nello sguardo di Deva Cassel (figlia d’arte di Monica Bellucci e di Vincent Cassel) che deve raccogliere la scomoda eredità di Claudia Cardinale (mai come Saul Nanni che si deve confrontare con il Tancredi di Alain Delon).

Non sta però nel confronto (onestamente ingeneroso) con il capolavoro cinematografico di Luchino Visconti la fragilità di questo “Gattopardo”, che sembra davvero troppo attento all’estetica e alla forma e poco al contenuto. Il panorama forse basterà ad assicurarsi i risultati sui mercati internazionali, ma il romanzo storico non può essere archiviato del tutto (o quasi) a margine della pagina. Questo anche solo nel rispetto del titolo e dei suoi quarti di nobilità all’interno della storia della letteratura italiana. Se questo “Gattopardo” appaga gli occhi non si può onestamente dire altrettanto per lo spirito. E il suo essere “contemporaneo” non può bastare a riconciliarci con il progetto.

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