
( (foto Tommasini))
Elsa Bossi e Fabrizio Trullu protagonisti della lettura teatrale andata in scena al Carlo Rossi di Casale
C’era il “cappotto”. Ora c’è un «cappello di seta», osservato per strada o dietro una vetrina, per fermarsi e pensare. Per ritrovarsi davanti alla porta dell’ufficiale russo a Groznyj, la capitale cecena, col vecchio che cerca il nipote Omar scomparso – sono migliaia i ceceni scomparsi -; bussa: «Forse lei può aiutarmi» domanda al militare. «Ci si può intendere» risponde l’altro, e chiede al vecchio di comprargli un bel vestito al mercato, e l’anziano esce di corsa, raggranella i soldi e in mezz’ora il vestito è davanti all’ufficiale, che chiede ancora e ancora: «Ho una figlia a Mosca, vorrebbe tanto un cappello di seta, troveresti un cappello di seta per riavere tuo nipote?». Il vecchio lo trova, certo che lo trova. «Passa domani per tuo nipote» promette l’ufficiale. E il mattino presto il vecchio è già là, ma del nipote non v’è traccia e neanche dei militari russi. Sono tornati tutti a Mosca.
Dopo “Se questo è un uomo”, qualcuno ha scritto, nessuno può più dire di non essere stati ad Aushwitz. Dopo la lettura teatrale “Anna è viva. Giornalista non rieducabile” dell’attrice lodigiana Elsa Bossi con il musicista jazz Fabrizio Trullu, andata in scena giovedì al teatro Carlo Rossi di Casalpusterlengo, nessuno può più dire di non aver visto “le matite a terra appena temperate e i quaderni con scritto primo giorno di scuola, gli schizzi di sangue nei bagni, l’impronta dei cadaveri ammassati alle pareti” nella scuola di Beslan, Ossezia, dopo il massacro di più di trecento persone (di cui 186 bambini) fra l’1 e il 3 settembre 2004 quando un gruppo di fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupò l’edificio scolastico sequestrando circa 1.200 persone (due giorni dopo le forze speciali russe fecero irruzione e fu la strage). Il “dovere di scrivere”, «non dare giudizi, ma “scrivere”», il lavoro di documentazione e testimonianza di Anna Politkovskaja, la “giornalista pazza” (com’era etichettata per discredito) uccisa il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del suo palazzo a Mosca con quattro proiettili di cui uno alla testa, diventa eterno in questa opera scenica tutt’uno con le musiche di Trullu. Come una punteggiatura della quale sarebbe impossibile fare a meno. Introdotto da Luigi Galmozzi, presidente del Meic - Movimento ecclesiale di impegno culturale di Lodi, e dal parroco don Pierluigi Leva della parrocchia dei Santi Bartolomeo e Martino, che hanno organizzato l’evento insieme al Centro culturale Monsignor Orsini e al Centro cultura di Casalpusterlengo con il patrocinio dell’amministrazione comunale, lo spettacolo ha già prodotto il sortilegio che è proprio dei classici. Un capello di seta non è più solo un cappello di seta. È “Il cappotto” di Gogol”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA