TEATRO Pietro Morello: il mondo migliore
visto con gli occhi di un bambino

Tutto esaurito e grandi applausi per lo spettacolo andato in scena alle Vigne

Comincia con la musica anche se, lo dice il titolo, “Non è un concerto”, lo spettacolo con protagonista martedì sera al teatro alle Vigne Pietro Morello, che qui ha replicato con un “sold out” e un non finire di applausi il successo ottenuto nei teatri sparsi per l’Italia. Prodotto da Compagnia della Rancia e Midriasi, con la regia di Mauro Simone - direttore del teatro lodigiano - proietta nel cuore il messaggio dell’autore con la colonna sonora del film “Interstellar”, e specie con un “mi” ripetuto, senza accompagnamento: «È un po’ la storia di tutti noi - apre Morello al susseguirsi di monologhi e racconti -; tutti ci siamo sentiti almeno una volta nella vita soli, al buio». Comincia qui la connessione emotiva con gli spettatori, trascinati dall’energia di Morello, tiktoker ventiquattrenne da quasi 4 milioni di follower, nelle esperienze cominciate a 17 anni nelle baraccopoli come operatore umanitario, e come animatore nei reparti di oncologia infantile; e osservate con lo sguardo dei bambini. Sul palcoscenico soltanto lui, al pianoforte o interprete di episodi narrati tra buio e giochi di luci, musiche, suoni e scoppi, insieme ai musicisti Lucia Sacerdoni al violoncello e a Matteo Castellan alla fisarmonica. E ai grandi pastelli colorati simbolo dell’acromatopsia del protagonista che vede il mondo in bianco e nero, causa del bullismo da cui lo salverà la musica. Portata poi con «”egoismo positivo”, lo faccio perché lo amo», nella baraccopoli di Craica in Romania dove la piccola Maria, «felice di vedermi felice» dopo la spontaneità di un suo gesto, lo fa innamorare dei bambini. Maria divenuta una filosofia, un simbolo, ritrovato nei reparti di oncologia pediatrica dove le domande scomode dei piccoli ricoverati, e le loro risposte, lo inducono a diventare «medico della felicità, scelta che presuppone l’ascolto del mondo attraverso le orecchie dei bambini: una capacità che non dobbiamo perdere».

Scende tra il pubblico per invitare ad “ascoltare un profumo” come faceva la piccola Sara, resa cieca dalla malattia, che diceva: «Chiudi gli occhi e guarda, vedi l’erba, i prati, il mattino»; o come Beatrice, dalla quale comprende che nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per buttarsi in nuove passioni. Spinti al coraggio di essere bambini, gli spettatori cantano tutti insieme, condotti poi da Morello nella realtà dello slum di Korogocho in Kenia, finchè a spegnere le note di “Imagine” è il boato di una bomba, e da qui sono gli ospedali il teatro del racconto, anche quello dove la piccola Beatrice narra ai nuovi ricoverati la storia del drago metafora della chemioterapia, disseminando straordinarie gocce di filosofia di vita. E protagonista, con la sua scomparsa, del momento di più forte commozione, lungo un viaggio che al pensiero del protagonista «non sono un guru della felicità, ho paura delle bombe e ho pianto per Beatrice», fa seguire la risposta di Mattia, 7 anni: «Non so cos’è la felicità, ma so che è bella!!».

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