
Una settimana fiacca è quella che va spegnendosi: sia dal punto di vista dell’audience sia da quello (su cui si può anche soprassedere) dei contenuti. La cronaca sembra pencolare sui due poli consueti di un’informazione globale e di una ultra locale. Basta, per quest’ultima, sintonizzarsi sui contenitori pomeridiani che si barcamenano tra la cosiddetta “nera” e code sempre più affidate al gossip per lo più di derivazione televisiva. Il perché e il percome tracciato da dinamiche soprattutto tenute insieme dagli sfilacciati reality, la cui invasione in una quotidianità falsata proprio dai media sembra aver attecchito anche sulle grandi questioni e urgenze mondiali. Insomma, un quadro per nulla confortante e basato su una violenza che abbraccia mondi fisici e immateriali, senza alcuna distinzione e soluzione di continuità. Dove finisce l’una inizia l’altra in un gioco vorticoso a 360°. Dunque, è il luogo comune del cane che si morde la coda che torna prepotentemente alla ribalta e una spiegazione che fa allontanare per un momento sono senz’altro le paio d’ore delle fiction che sono veramente il toccasana di questo periodo, mai così buio e per molti versi incomprensibile (a proposito nel minutaggio si conta anche l’asfissiante pubblicità, anche quella dei pochi secondi, più interessante la formula però di De Martino che porge allo spettatore l’attesa solo una in una manciata. E chiudo la parentesi suggerendo la visione a posteriori su Rai Play, quasi senza spot se non in apertura). Dunque, tornando al genere del film in tv, pure seriale, mi pare che alla sua sesta stagione Rocco Schiavone abbia trovato una stabilità che trova conferma sul come i suoi autori stiano pescando dal giallo classico travasato in modi assolutamente originali nel “crime” contemporaneo. Insomma, la base pare trovarsi nei personaggi della Christie orientati però a fatti che appartengono più alla scuola dei duri americani. Geniale. Ovviamente con quel pizzico di spezie in più dato dall’appartenenza del vicequestore a una romanità (sia nella finzione sia nella realtà stessa dell’attore, Marco Giallini, che ne veste i panni), non più legata al dialetto, ma a tic divenuti linguaggio nazionale mediato dalla televisione.
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