“Un albero”, il racconto del professor Pietro Grisi

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Lodi

Dalla nascita fino quasi ai vent’anni ho abitato in un condominio di periferia che chiamavamo “palazzo”, anche se non aveva nulla di non dico di nobile, ma di poco più che umile. Nel cortile c’era un albero, tra gli altri, una conifera grande e dal bel colore, che esercitava su di me un fascino particolare. Mio padre sosteneva d’averla piantata lui da solo, con le sue mani – ma spesso i racconti di mio padre erano velati di leggenda.

Dell’albero, oltre che l’altezza, il dignitoso portamento e il particolare colore degli aghi, mi colpivano i piccoli coni giallastri - suppongo fossero fiori - che spargevano tutt’attorno polverina sottile di polline. Rientrando in casa dal cortile dove noi ragazzini giocavamo non mancavo mai di lanciare un’occhiata rispettosa a quell’albero; lo salutavo, in un certo senso. Più tardi, nel tempo, ho scoperto che non era affatto una pianta così rara o particolare, ma che molte se ne trovavano nei giardini e giardinetti di palazzine e villette, purché ci fosse spazio sufficiente.

Mi venne anche spiegato che non era affatto un bene avere vicina quella pianta quando si parcheggiava, perché disseminava il suo polline ovunque, che poi con la pioggia si impastava creando sottili strati di una melma tra il giallo e l’arancione su cofani, tettucci e soprattutto parabrezza. Meglio altri sempreverdi, che non producessero però né pigne né polline. Più da grande ancora, ho appreso che il nome della pianta è cedrus atlantica glauca, nome che nulla ha a che fare con le coste del nordamerica come invece lì per lì avevo presunto. Tutto questo in ogni caso non ha intaccato l’affetto che nutrivo per il mio albero. Intendo dire: la consapevolezza che il tramonto è ad ogni minuto in qualche punto del mondo, ed ogni giorno ad ora più o meno variabile nello stesso punto, non toglie importanza e senso all’idea e all’immagine che uno si è fatto del tramonto, quando per la prima volta nella vita ha visto, vissuto ed elaborato qualcosa come tramonto. Quello, dunque, era il mio albero. Se poi quell’albero ancora viva nel cortile del “palazzo” della mia infanzia, non credo, ma non so dire con certezza, perché da quella periferia non sono più passato.

Un cedro atlantico uguale, più meno delle stesse dimensioni, c’era anche sul suolo pubblico di piazza Asperti. Conservo ancora delle fotografie scattate lì nei pressi quando avevo all’incirca un paio di anni, o forse qualcosa di più, perché l’ambiente sembra essere autunnale. In una di queste foto sono tenuto in braccio da mio nonno, un uomo piccoletto dai lineamenti parecchio scavati e la pelle abbronzata anche d’inverno; nonno che, essendo morto quando ancora non andavo alle elementari, non ho mai realmente conosciuto, e la cui vita probabilmente non è stata così leggendaria come i racconti di mio padre tendevano a far credere. Ma non importa; punto focale della foto è il mio dito di bambino che punta alle spalle del nonno, verso i rami bassi, grandi ed eleganti, del cedro di piazza Asperti.

Di questa piazza ho saputo, anche se non so da chi o quando, che negli anni è stata modificata, ridisegnata: nuovi parcheggi, nuovi arredi, e, dovevo supporre, nuove essenze arboree. Restyling, si dice, ed è cosa apprezzabile, perché tutto cambia – deve cambiare - e gli anni passati da allora sono davvero tanti. Di recente, in un tardo pomeriggio del primo autunno, sono capitato nelle vicinanze. Ho voluto, vincendo una leggera esitazione, passare a gettare un’occhiata alla nuova piazza. Per essere più precisi, è stato un istintivo impulso a spingermi a farlo. E in effetti la piazza si è presentata ai miei occhi piuttosto diversa da come la ricordavo, o forse me la figuravo dalle antiche fotografie. Un paio di edifici, quelli sì, sempre uguali; altri ridipinti, o in qualche modo più massicci, più rigonfi di come immaginassi; del cedro, nessuna traccia, come di nessun’altra pianta ad alto fusto.

Il mio sguardo non sapeva dove fermarsi. I nuovi arbusti e cespugli non mi dicevano niente. Non c’era niente che vincolasse, per così dire, il mio sentimento del passato, che mi parlasse un linguaggio mio. Tutto normale, tutto ovvio, tutto scontato. Però ho provato, ad un tratto, come una lieve irritazione, che poi sentivo andare crescendo. Era come se non trovassi giusto che le cose fossero cambiate senza che qualcuno mi avesse consultato. Quello che vedevo non era più mio, e senza il mio benestare.

Immusonito, mi sono allontanato, percorrendo a testa bassa via Labate. I passanti che incrociavo, se mai m’hanno prestato attenzione, avranno creduto che fossi assorto in chissà quale problema o patimento. Niente di questo; ero solo fortemente indispettito, e sempre più fortemente. Provavo un vivo desiderio di ribellarmi all’ovvietà; sentivo che era importante affermare in qualche modo me stesso e la dignità dei miei ricordi. E così ho improvvisamente provato la disorientante ma solida certezza che niente di quanto avevo visto era vero, e che l’albero era ancora lì nella piazza, nel suo unico e legittimo posto; poi, mentre camminavo sempre più veloce, ho sentito che quel pittore mezzo russo trasandato e claudicante che noi bambini ogni giorno incontravamo sui marciapiedi del quartiere non era mai morto, e ancora stava camminando con la sua andatura ondeggiante, tenendo fra le mani una spessa cartella di pelle; e non avrebbe mai smesso di farlo. E la vetrina strabordante di salumi della cooperativa dove mia zia andava a fare spese ogni volta che veniva a trovarci era ancora lì, al suo posto, ed io ancora fuori ad aspettarla insieme alla cuginetta; e ancora nella sagrestia io e l’amico Ennio, chierichetti, fremevamo per suonare la campanella d’entrata, mentre quel buon prete rubicondo, troppo rubicondo, stava preparando ostie e vino per la messa; era un onore comparire per primi nel presbiterio, come attori sulla scena. Una sensazione mi bruciava dentro come una bevanda ingerita troppo calda: l’idea che il mondo di allora fosse, e continuasse ad essere, l’unico mondo autorizzato.

Poi, poco a poco, mi sono rasserenato. O forse una macchina mi ha distratto nel momento in cui attraversavo la strada. Meglio così; meglio fermarsi, altrimenti avrei finito per credere che un cono di gelato costasse ancora cinquanta lire, più o meno tre centesimi di euro. Del resto, i tramonti dalle mie parti non sono mai stati granché, e quello di quel giorno era particolarmente inutile.

Il racconto è stato pubblicato nelle scorse settimane all’interno della nostra newsletter di cultura e appuntamenti. All’interno dell’articolo in calce trovate il link per registrarvi al Cittadino e iscrivervi alla newsletter. Entrambe le operazioni sono gratuite.

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