Borghilenti Festival, dove anche l’arte si fa lentezza
IL COMMENTO di Elena Bulzi
Lettura 1 min.Borghilenti è un termine che rimanda alla necessità di sospendere la frenesia del nostro fare e nello stesso tempo un invito a riappropriarci della nostra dimensione più intima. La nostra interiorità è fagocitata da un rumore continuo che ci rende appendici stesse del rumore (Max Picard).
Il rumore è incessante, sia visivo che uditivo, in un rincorrersi perenne di pubblicità, immagini, suoni che lottano al rialzo per catturare la nostra attenzione, ridotta così ad audience. Chi ne fa le spese è la nostra umanità, perché, incessantemente sovrastimolati, spesso indossiamo lo scudo dell’indifferenza a tutto.
La lentezza ed il silenzio, premesse indispensabili per mantenere il contatto con la nostra interiorità, non hanno però alcun valore nel mercato del trambusto, come sottolinea Anne Le Maitre nel suo libro, Un grande desiderio di silenzio.
Ecco perché risulta particolarmente importante, tra le proposte di Borghilenti, la mostra di due giovani artiste lodigiane, Claudia Marini e Michela Zanini, che aiutano ad immergerci in modo naturale nella dimensione del silenzio e della lentezza.
Percorrendo gli spazi della mostra, viene spontaneo smorzare i toni, fino alla contemplazione silenziosa, ed attivare quello sguardo attento che consente di esplorare le dimensioni arcane di un mondo a noi prossimo, ma di cui abbiamo smarrito le chiavi di accesso. Forme vegetali ed animali sono il denominatore comune che connette le opere delle due artiste, mentre carta e marmo sono la materia che dà voce alla loro ricerca. Michela Zanini parte dall’osservazione al microscopio delle diatomee, alghe unicellulari presenti nelle acque dolci e anche nell’Adda. Questi organismi, invisibili ad occhio nudo, - spiega l’artista - sono però indicatori sensibili della qualità delle acque. Le loro fluttuanti architetture naturali sono amplificate e tradotte nella durezza del marmo e del granito, lavorati però fino a raggiungere uno spessore quasi impalpabile, per suggerire immediatamente il contrasto tra la durezza della pietra e la sua fragilità. La scultura diventa così il tentativo di tradurre l’invisibile in presenza e di dare un corpo all’intangibile.
Claudia Marini lavora invece con la carta, creando dei collage tanto eterei, quanto frutto di paziente ricerca. Le carte, incise o dipinte in precedenza a mano, vengono infatti assemblate in una ricerca di affinità tra tra micro e macro cosmo a richiamare i legami che uniscono momenti ed aspetti diversi dell’esistenza. Il collage - racconta l’artista - è infatti un mezzo espressivo che permette di dare forma al vissuto interiore. Le sue opere, fluttuanti ad ogni soffio di vento, evocano il dinamismo dell’esistenza e le infinite possibilità che essa ha di rigenerarsi. La sensazione di incompiutezza che si avverte è poi un invito ad accostarsi a queste carte preziose con una postura attenta e ad entrare nel labirinto della loro trama per lasciarsi avvolgere dalla loro profondità, che rimanda alla nostra.
Ammirare le opere di questa mostra è entrare nella nostra interiorità per tornare ad ascoltare l ’armonia che ci abita.
Forse dobbiamo parlare ancora un po’ più piano, in modo che le nostre voci siano un rifugio per il silenzio (Jacques Réda)
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