Carceri: cosa insegna all’Italia l’esperienza di Alcatraz

«La civiltà di un paese si misura dalle condizioni del proprio sistema carcerario»

Lodi

Il 21 marzo 1963 venne definitivamente chiuso il penitenziario di Alcatraz, che all’epoca ospitava poco meno di trecento detenuti. Un carcere particolarmente duro, giacché era stato concepito appositamente per contenere i criminali più pericolosi. Dopo solo trent’anni dalla sua apertura (1934), il governo federale degli Stati Uniti, sotto la presidenza di J. F. Kennedy, stabilì di interromperne l’attività, a fronte degli eccessivi costi di mantenimento e delle numerose difficoltà logistiche, legate soprattutto all’ubicazione del penitenziario, costruito su un’isola al largo della baia di San Francisco, in California. Inoltre, l’architettura fatiscente non era in linea con le nuove politiche carcerarie che erano state introdotte nel paese.

Il governo Kennedy, infatti, aveva approvato importanti finanziamenti per ammodernare le carceri già esistenti e per costruire nuove strutture che garantissero lo svolgimento di attività volte al reinserimento dei detenuti. Non si trattava più soltanto di punire, bensì di garantire ai prigionieri la possibilità di essere rieducati. Ed, effettivamente, le condizioni a cui erano sottoposti i carcerati ad Alcatraz non lasciavano spazio ad alcuna forma di riabilitazione. Essi, infatti, erano rinchiusi in celle angustissime (circa 2,4 m x 3m), prive di finestre, che rendevano l’esperienza carceraria ancora più angosciante e claustrofobica. Inoltre, per punire - talvolta solo per prevenire - episodi d’insubordinazione, si ordinavano punizioni assolutamente arbitrarie che colpivano anche chi non aveva commesso alcunché. In assenza di alcuna attività, e con solo un’ora d’aria al giorno a disposizione, nei detenuti era radicato un grave senso di frustrazione e d’impotenza. Dalle numerose testimonianze raccolte a posteriori emerge soprattutto un diffuso sentimento di disperazione e di distacco dalla realtà: la comune sensazione di essere stati ingiustamente svuotati della propria umanità. In effetti, come si può restare umani, con la costante percezione di essere sotto sorveglianza, senza poter più coltivare alcuna ambizione, se non quella di uscire il prima possibile da tale inferno, in un modo o nell’altro?

Dinnanzi a questo drammatico scenario, i report del BOP (Bureau of Prisons) enfatizzarono come elementi positivi la sicurezza e l’ordine che imperavano ad Alcatraz. Mantenere la sicurezza era più importante che salvaguardare l’integrità psico-fisica dei detenuti. Le proibitive condizioni di detenzione (cattivo rancio, poco movimento, ecc.) erano coerenti alla pericolosità dei soggetti incarcerati. Inoltre, le numerose umiliazioni e i reiterati episodi di violenza da parte delle guardie carcerarie avevano uno scopo preciso: garantire la più rigida disciplina. Cancellare ogni speranza di migliorare la propria condizione, annichilire ogni manifestazione di dissenso, mantenere una sorveglianza costante: queste erano le linee guida da rispettare.

Già nel Settecento, Voltaire, fra i più importanti esponenti dell’Illuminismo, affermava che: «La civiltà di un paese si misura dalle condizioni del proprio sistema carcerario». Gli fece eco un secolo più tardi Dostoevskij, che scontò sei anni di carcere in Siberia fra il 1848 e il 1854, e poi, scampato miracolosamente alla fucilazione, riportò per tutta la vita i traumi di quella dolorosa esperienza. Cent’anni dopo la vicenda di Dostoevskij, la chiusura di Alcatraz divenne il simbolo del processo di riforma del sistema penitenziario degli Stati Uniti e dell’intero blocco occidentale. Garantire a chi è detenuto di mantenere la propria umanità e coltivare il progetto di ricominciare una nuova vita, una volta riottenuta la libertà, diventò imperativo. Attualmente, la convinzione che il carcere non costituisca solo un’esperienza punitiva, ma di reinserimento, è largamente radicata in Occidente. Eppure, nonostante siano trascorsi alcuni decenni dalla chiusura di Alcatraz, le condizioni carcerarie non sono migliorate ovunque.

Gettando lo sguardo alla situazione carceraria in Italia, consultando i dati ufficiali pubblicati dal Ministero della Giustizia in data 15 marzo 2025, risulta che il tasso di sovraffollamento è del 132%. In altri termini, sono circa 62 mila le persone detenute, a fronte di una capienza nazionale inferiore a 50 mila posti. La situazione più critica riguarda il carcere di San Vittore, a Milano, in cui la percentuale di sovraffollamento è superiore al 215%. In più, la dimensione media di una cella singola nel nostro paese non supera i dieci metri quadrati.

Certamente, dalla chiusura di Alcatraz a oggi numerosi traguardi sono stati raggiunti. Tuttavia, fintantoché la condizione dei detenuti rimarrà relegata tra le questioni non prioritarie, questo percorso di civiltà non potrà mai dirsi davvero ultimato.

*Laureato in Scienze Storiche all’Università Statale degli Studi di Milano

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