Come evitare la morte dei nostri piccoli paesi
Lodi
Lo storico preside Corrado Sancilio ci ricordava sul giornale di venerdì che ben 53 dei sessanta comuni della provincia di Lodi hanno meno di 5mila abitanti, legando questo dato alla difficoltà nel mantenere numeri minimi per salvare le piccole scuole di paese. È un tema fondamentale, questo, per la tenuta sociale del nostro territorio. Ma non è l’unico. Accanto alle scuole, individuo almeno altri due settori in sofferenza nei nostri piccoli comuni, vale tanto per il Lodigiano quanto per il Sudmilano.
Parto dai servizi: banche e medici di base in primo luogo. C’è poi il mondo del commercio, le botteghe degli alimentari fondamentali per gli anziani, e i bar, che sono anche centro di ritrovo delle comunità.
Ci sarebbero poi altri due “mondi” che, è di tutta evidenza, soffrono il calo demografico. Quello delle parrocchie e in particolare degli oratori, che restano per fortuna centrali ma sappiamo bene con quali sforzi. E il mondo dell’informazione di prossimità, che sta alla base della costruzione dell’opinione pubblica e della nostra democrazia: anche noi del «Cittadino» sappiamo bene - insieme alle centinaia di quotidiani locali di cui è ricco il nostro Paese - quanti sforzi “invisibili” vengono messi in campo ogni giorno per salvare o riaprire le edicole, spesso d’intesa con i sindaci e l’universo del piccolo commercio.
Il quadro appena descritto è purtroppo fattuale, non vi è nulla di inventato o ingigantito. E dobbiamo essere franchi nella disanima: il pubblico, lo Stato e gli enti intermedi, non possono arrivare ovunque e molti dei servizi che oggi sono a rischio potranno resistere solo grazie al lavoro di rete con privati, fondazioni, Terzo settore e mondo del volontariato spiccio, che non sempre è organizzato e spesso fa riferimento a quelle persone che mettono a disposizione degli altri un poco del loro tempo, senza chiedere nulla in cambio a patto di non doversi sorbire le mille paranoie della insostenibile burocrazia italiana, nazionale e locale. Che quando vuole, lo sappiamo bene, è terribile!
Da quanto illustrato discendono due filoni di ragionamento. Iniziamo col dire che nei piccoli comuni ci salveremo solo se sapremo davvero fare rete e se anche il privato che può permetterselo penserà un poco alla propria comunità di riferimento. Abbiamo fior fior di aziende che fanno beneficenza in mezzo mondo, talvolta anche ben pubblicizzata, e poi non si rendono conto di quel che avviene attorno a loro.
La seconda considerazione è che dobbiamo investire seriamente sul valore del volontariato, per agevolare il ricambio generazionale e portare all’impegno sempre più giovani. I quali non sono più attratti da una tessera da tenere nel portafoglio, dalla fidelizzazione a un’associazione, ma sono ancora pronti a mobilitarsi per un’idea, per un obiettivo concreto, per una singola esigenza della propria comunità, salvo poi abbandonare la mobilitazione quando l’obiettivo è stato raggiunto e riattivarsi in presenza di uno stimolo successivo.
Non tutti i servizi potranno essere mantenuti nei piccoli comuni, ma se qualcosa potremo salvare sarà per effetto di una sinergia virtuosa tra pubblico, privato e volontariato. Altrimenti, complice il calo demografico, in alcune aree assisteremo a una drammatica desertificazione. E dunque alla morte sociale ed economica.
© RIPRODUZIONE RISERVATA