Il muro davanti al Santo Sepolcro
Cerimonia vietata la Domenica delle Palme: violati i trattati internazionali
La mattina del 29 marzo 2026, Domenica delle Palme, il Patriarca latino di Gerusalemme - il cardinale Pierbattista Pizzaballa - e il custode della Chiesa Cattolica in Terra Santa, padre Francesco Ielpo, stavano percorrendo a piedi, in forma privata, il tragitto verso la Basilica del Santo Sepolcro. Non c’era processione, non c’era corteo, ma solo quattro persone, ampiamente al di sotto del limite di assembramento di cinquanta unità fissato dalle autorità israeliane. Nondimeno, la polizia li ha fermati lungo il percorso e li ha costretti a tornare indietro.Il Patriarcato di Gerusalemme ha reso nota la vicenda con un comunicato che definisce l’episodio un «grave precedente», che manca «di rispetto alla sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che guardano a Gerusalemme». Una cosa simile non era mai accaduta prima.
Per misurare la portata dell’evento, occorre richiamarsi a una legge siglata sotto il regime dell’Impero ottomano nel 1852 che disciplina diritti di proprietà, accesso e celebrazione liturgica delle sei confessioni cristiane presenti al Santo Sepolcro. Qualche anno dopo, a ridosso del Congresso di Berlino del 1878, venne confermata l’inviolabilità del Santo Sepolcro. Il Mandato britannico garantì il rispetto di questa risoluzione. Dopo la Guerra dei Sei Giorni, la Knesset - il parlamento monocamerale israeliano - approvò la Legge sulla Protezione dei Luoghi Sacri. In più, l’Accordo Fondamentale tra Israele e Santa Sede del 1993 vincola esplicitamente lo Stato israeliano a non modificare queste condizioni.
Il blocco del 29 marzo non è un episodio isolato: è il punto culminante di un processo iniziato settimane prima. La Basilica del Santo Sepolcro risulta chiusa ai fedeli già a partire dal 28 febbraio 2026, ufficialmente per ragioni legate al conflitto con l’Iran. Il 23 marzo il cardinale Pizzaballa aveva già annunciato la cancellazione della processione delle Palme dal Monte degli Ulivi - un rito mai soppresso prima, neppure durante la pandemia di Covid19 - e il rinvio a data da destinarsi della Messa crismale del Giovedì Santo.
Il precedente immediato era già stato registrato nel 2024, quando padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, aveva avvertito che la spirale era in moto: i cristiani della Cisgiordania non avrebbero avuto i permessi per recarsi a Gerusalemme e non avrebbero potuto seguire la processione della Domenica delle Palme. Faltas aveva già osservato che in un clima di continue tensioni la convivenza religiosa sarebbe stata assai complicata.
Pizzaballa, dopo essere stato fermato dalla polizia israeliana, nel pomeriggio del 29 marzo, ha guidato una preghiera per la pace nel Getsemani. Ha scelto di adottare una postura conciliante: «Non è mai successo, dispiace che questo sia accaduto». In serata ha alzato leggermente il tono: «Non vogliamo forzare la mano, ma oltre alla sicurezza serve rispetto per la preghiera».
La Conferenza Episcopale Italiana, invece, ha reagito con inusuale durezza. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha dichiarato: «A nome dei vescovi italiani manifesto lo sdegno per una misura grave e irragionevole», chiedendo una tregua per Pasqua. Papa Leone XIV, nell’Angelus della Domenica delle Palme celebrato in piazza San Pietro, ha espresso vicinanza ai cristiani del Medio Oriente «che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi».
La risposta israeliana ha attraversato, nel corso della giornata del 29 marzo, almeno tre registri distinti. In primo luogo, la polizia israeliana ha dichiarato che la decisione è stata presa «al fine di salvaguardare la sicurezza pubblica». Poi si è scelto di scaricare ogni responsabilità: l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, ha infatti sostenuto che Pizzaballa era stato avvertito dell’impossibilità di accedere, ma aveva «deciso di non rispettare la richiesta», e ha giustificato il blocco definendo Gerusalemme «una zona di conflitto». Il terzo registro - quello del dolore - è arrivato solo dopo che le cancellerie di mezzo mondo avevano già reagito. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha telefonato a Pizzaballa per esprimere «profondo dolore per lo spiacevole incidente», ribadendo l’impegno di Israele per la libertà di culto.
Al netto delle dichiarazioni da parte del governo israeliano, è bene ricordare che la sacralità del Santo Sepolcro non è un argomento religioso da opporre alla sicurezza: è un argomento giuridico, codificato da trattati internazionali. Lo Status Quo non è una concessione revocabile in stato d’eccezione; è un obbligo assunto da ogni potere sovrano che ha governato Gerusalemme dal 1852. Il punto non è se la polizia israeliana abbia agito in buona fede (probabilmente sì). Il punto è che l’azione è stata giuridicamente infondata e storicamente senza precedenti.
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