Il teatrino estivo della politica: dalle correnti ai nuovi cacicchi

Lodi

Breve affresco della politica nazionale.

«Apprendiamo da notizie stampa di riunioni tra pochi, ridotti ormai a una gestione privata, oligarchica del Partito democratico che mi lascia basita. E questo sarebbe il nuovo Pd?» (Pina Picerno, vicepresidente del Parlamento europeo, Pd, in relazione alla definizione del candidato governatore del centrosinistra per le regionali campane).

«Io lo chiedo a lei: non le pare un po’ strano che, quando si discute del futuro del Veneto, nessuno parli con Luca Zaia? O almeno di Luca Zaia?» (Luca Zaia, governatore del Veneto, Lega, a un incontro pubblico a Mestre).

«Mi sento pronto a fare il presidente. Ho chiesto però di poterlo fare liberamente. Credo che la Puglia abbia bisogno di un presidente che guardi avanti non guardi indietro e abbia la libertà per decidere» (Antonio Decaro, Partito democratico, in riferimento alla richiesta di correre per le regionali senza Michele Emiliano del Pd e Nicky Vendola di Avs).

«Io prima di mettere la Campania in mano a Fico mi taglio le mani. Non ha mai avuto nessuna responsabilità gestionale, tranne quella di aver preso l’autobus dal primo giorno di presidente della Camera, poi dal giorno dopo è andato a Montecitorio con sette autisti e nove camerieri» (Carlo Calenda di Azione in merito all’ipotesi che sia il grillino Fico a correre come candidato presidente della Campania per la coalizione di centrosinistra).

«È una questione che riguarda me, Salvini e la Lega e poi io ho un’altra organizzazione che si chiama Il mondo al contrario» (Roberto Vannacci, vice segretario della Lega, alla domanda circa il pagamento della sua quota al Carroccio per contribuire come tutti i parlamentari e gli europarlamentari alla gestione del partito).

La coda dell’estate ci sta abituando purtroppo a questo teatrino quotidiano. Per fortuna dell’opinione pubblica (e per evitare ai cittadini inutili arrabbiature post vacanziere, avendo già i loro problemi “terreni”), in Tv non ha molto spazio, ma sui giornali e sui social sì e descrive uno scenario deprimente in cui nessuno purtroppo sembra salvarsi. Che le schermaglie per le Regionali avrebbero scaldato gli animi si sapeva (e deve ancora aprirsi la futura partita per la Lombardia, che la Lega - la Lega intesa come partito del Nord, non il ministro Salvini - non può permettersi di perdere pena la condanna all’irrilevanza) tuttavia quanto sta accadendo fa a pugni con il contesto generale (la vicina Francia si è accorta di avere una situazione di bilancio ormai insostenibile, cambia governo ogni sei mesi e probabilmente dovrà licenziare una Finanziaria lacrime e sangue che potrebbe portare nuovamente le piazze a esplodere e sappiamo bene quanti sia grave la situazione sociale oltralpe, leggasi banlieue, tanto per dirne una...).

Lo spettacolo a cui stiamo assistendo nel nostro paese certifica quantomeno due cose.

Primo. Diciamo addio una volta per tutte - almeno per i prossimi anni - al sistema bipolare e accettiamo di essere tornati ormai da tempo a un’epoca in cui anche i partitini e i movimenti personali possono avere un’influenza rilevante sulle scelte dei grandi partiti. Piaccia o meno è così.

Secondo. Siamo passati, nella traversata dalla prima alla seconda repubblica, dal potere nelle mani dei partiti al potere nelle mani dei singoli leader (Berlusconi su questo è stato il massimo esempio). Ora ci troviamo di fronte a una sorta di ibrido, un nuovo paradigma nel quale sembrano riaffacciarsi con forza le correnti interne (pensiamo al caso campano nel Pd, che è eloquente) ma non più alimentate da una visione del mondo o di come agire nel proprio schieramento ma unicamente legate a singoli personaggi, al loro carisma, alla loro cerchia di potere. Lo si vede plasticamente con la famiglia De Luca (padre e figlio) così come, in Puglia, con la schermaglia dei veti tra De Caro ed Emiliano.

In tutto questo i massimi leader di partito appaiono in difficoltà a fare sintesi e a imporsi e dunque in alcuni casi sembrano galleggiare. E vedremo come finirà in Veneto, terra nella quale Salvini storicamente deve muoversi con estrema prudenza (a proposito di galleggiamento...), lo insegnano il caso di Flavio Tosi anni fa e adesso la patata bollente di Luca Zaia. E per pietà non riapriamo il caso Toscana: Eugenio Giani, presidente uscente in quota Pd sarà ricandidato; per settimane non è stato così certo perché parte del suo partito voleva fare altre scelte: alla fine, al di là del faticoso lavoro di tessitura della segretaria Elly Schlein, ha vinto il buonsenso. Almeno così pare.

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