
Editoriali / Lodi
Giovedì 05 Dicembre 2024
La speranza che ci è concessa nel tempo di Avvento
Sentinella, quanto manca della notte?
Lodi
Da poco è iniziato l’Avvento, il periodo con cui la sapienza liturgica ciclicamente prova ad allenare il nostro sguardo alla speranza.Ma quale speranza ci è consentito di vivere? Guerre che pensavamo di aver derubricato per sempre dalla nostra civilissima Europa tornano ad affacciarsi, i dati Istat fotografano un indice di povertà in aumento, la cronaca ci riporta troppi casi di femminicidio, di bambini abusati, di lavoro sempre più povero e precario… Troppa notte ci incupisce il cuore, che, spente le luci artificiali, palpita di angoscia. Facilmente, quindi, la traccia della speranza si disperde nel profluvio di calendari dell’avvento che garantiscono ogni giorno una sorpresa e ad ogni finestrella offrono un gadget diverso. E così la flebile eco dell’Avvento rischia di smorzarsi al gong del Black Friday e ai luccichii delle luminarie che si accendono sempre più in anticipo.
Ma dove porta questa ritualità commerciale, in pratica l’unica ritualità davvero trasversale? Credo sia doveroso domandarselo, perché la parola speranza etimologicamente significa “tendere verso una meta” ed il desiderio di senso è qualcosa che travalica le appartenenze religiose, in quanto ha a che fare con lo specifico della nostra umanità, altrimenti ridotta ad un vorticoso correre da criceti nella ruota. Sperare è quindi una faccenda seria ed è proprio qui che la sapienza biblica ci riporta, nei luoghi intessuti di fatiche e di caos che costituiscono la nostra esistenza. “Sentinella, quanto resta della notte? E la sentinella risponde: viene il mattino, poi anche la notte. Se volete domandare, domandate, convertitevi, venite”. É il profeta Isaia a proporci qui il caso serio di una speranza che rischia di sparire nel buio di una notte vissuta come l’unico orizzonte dell’esistenza. E a distanza di secoli lo sentiamo molto prossimo. Isaia ha due sole certezze da proporci: c’è la notte ed arriverà l’alba e lui, la sentinella, abita la notte, come tutti e non sa, come tutti, quando arriverà l’alba.
Il profeta, portatore di speranza, non chiama la notte giorno accendendo fuochi fatui ed illudendoci con un ottimismo a poco prezzo. Ma neppure nega l’alba, rubricandola come sogno da bambini, perché intanto - così spesso pensiamo - non cambierà mai nulla. Sono i modi di sempre per non sentire il bruciore delle ferite: tali e tante delusioni abbiamo vissuto che non siamo più disposti a concedere il minimo credito alla speranza che qualcosa avverrà. E preferiamo immalinconirci in un disincanto triste che spacciamo per saggezza di esperienza!
Isaia invece veglia notte e giorno, accogliendo tutte le domande di chi lo interpella, non perché abbia una risposta facile e pronta ad ogni quesito nato da questa attesa estenuante, ma perché proprio le domande sono fondamentali per continuare ad allenare il nostro sguardo, rendendolo attento ad un albeggiare che accadrà. È proprio quando non abbiamo più domande che dobbiamo preoccuparci riguardo al nostro percorso di crescita in umanità. È forse proprio allora che stiamo tappezzando di buio tutto il nostro orizzonte e vaghiamo cupi e senza meta pur in mezzo alle luci. Tristi replicanti di delusioni già vissute ed anticipatori di delusioni future.
Un modo per levare di mezzo la speranza è togliere di mezzo le domande: sono proprio loro ad appuntare lo sguardo su ciò che può ancora accadere.
Nel romanzo La peste, Camus scrive: “Bisogna soltanto cominciare a camminare in avanti, nelle tenebre, un po’ alla cieca, e tentare di fare del bene. L’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa”. Non si tratta di negare o di sminuire le nostre sofferenze o quelle altrui, perché il vissuto di ciascuno esige assoluto rispetto. È importante però opporsi alla sua forza invasiva, allenandosi a riconoscere la luce che continua a provenire dal bene, ricevuto e donato. L’Avvento, di anno in anno, torna a invitarci a riconoscere il Bene che ha scelto di abitare per sempre nella carne della nostra umanità. A noi il compito di diffonderlo.
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