La tempesta ha smascherato la nostra vulnerabilità

Lodi

“Tra memoria e futuro”: è il titolo della pubblicazione che testimonia la resilienza ecclesiale e sociale dei lodigiani dall’indomani del primo contagio il 20 febbraio 2020 fino all’incontro con Papa Francesco il 20 giugno successivo a Roma, dopo l’indimenticabile visita del Presidente della Repubblica a Codogno il 2 giugno. Era il 6 marzo 2020, invece, quando il Pontefice mi telefonò, alle 11.18, per informarsi sulla situazione e assicurare la sua costante preghiera, sottolineando l’ammirevole dedizione dei sacerdoti e delle comunità, delle pubbliche istituzioni, degli innumerevoli volontari preceduti dagli operatori - persino eroici - del mondo della salute. Col dono della benedizione papale per gli ammalati che affollavano gli ospedali e le residenze per anziani, facendo tragicamente posto nelle case a quanti non potevano recarsi al lavoro, a scuola e in nessun altro luogo per l’isolamento che dalla nostra prima zona rossa sarebbe divenuto globale.

Il salmo 39 mi rincorreva in quei giorni interminabili mentre l’attesa della normalità avrebbe dovuto durare ben più a lungo e attraversare la seconda ondata pandemica non meno rigorosa. “Ammutolito, in silenzio, tacevo, ma a nulla serviva, e più acuta si faceva la mia sofferenza. Mi ardeva il cuore nel petto; al ripensarci divampava il fuoco”. Parole colme di realismo che dalla mente invadevano lo spirito tentando di giungere fino alla cute in cerca di consolazione. Parole di palese e impietosa attualità che trovavano conferma quando vescovo e qualche prete soltanto andavano al commiato dai confratelli tornati al Padre. Ad incalzarci ancora quel salmo: “Fammi conoscere, Signore, la mia fine, quale sia la misura dei miei giorni, e saprò quanto fragile io sono… solo un soffio ogni uomo che vive, come ombra che passa… accumula e non sa chi raccolga”. Profezia tanto vera non poteva che aprire, tuttavia, alla luce. “È in te la mia speranza”: è la dichiarazione centrale, che mette fine alle precedenti angosciose espressioni. Serviva una speranza capace però di intravedere la rinascita, di cui eravamo certi celebrando collegati on line l’amore pasquale nell’Eucaristia e andando alla porta dei cimiteri chiusi a salutare quanti del tutto insalutati se ne erano andati. Eravamo entrati in una quaresima “cruciale”. La pandemia avrebbe dovuto, comunque, cedere il passo proprio alla speranza che ora il Giubileo va diffondendo generosamente nell’intera famiglia umana. E forse questo quinto anno potrà risvegliare la responsabilità della speranza tra i potenti della terra che stanno ancora mercanteggiando - e speriamo non irridendo - la pace tanto urgente in Terra Santa, Ucraina e in troppe altre parti del mondo.

Certamente, non possiamo noi lodigiani, chiamati per primi a renderci conto di quanto sia preziosa la vita nonostante ogni contrarietà e smentita, disattendere la solidarietà appresa in quella emergenza, evitando di mordere o persino divorare e distruggere il prossimo (cfr Gal 5,5) anziché gareggiare nella stima vicendevole (cfr Rm 12,10). Cosa abbiamo sperimentato? Dolore, passione, vuoto, coraggio e senz’altro speranza. Fu un navigare a vista in un mare sconosciuto dialogando solo con l’incertezza. Dati veri o falsi decontestualizzati ci infastidivano, rodendo la relazione tra passato, presente e futuro col timore che si affacciava sull’abisso. Cosa abbiamo imparato? Ad affinare la scienza ma anche la coscienza e la prudenza e soprattutto la condivisione, comprendendo senza ombra di dubbio come tutto, proprio tutto, sia connesso. Ad apprezzare il comunicare quale sfida sociale, sostenendo l’informazione quale via di pubblica salute. A tutelare la casa comune e non le casse di alcuni, insistendo sul vincolo tra ecologia e salute. A condividere dati e prospettive per stemperare la paura e rafforzare invece la speranza. E cosa abbiamo invece dimenticato? Un poco purtroppo di quella coesione che reggeva tutti nel guardare più lontano della tanto pesante desolazione pandemica.

La memoria odierna può mitigare come carezza la sferzata di allora mettendoci in guardia dalla nostra insipienza. Ci eravamo troppo avvicinati alla morte improvvisa e imprevista senza nemmeno un silenzio a redarguire l’inquietudine dell’ignoto. Sarebbe imperdonabile se non ricordassimo che quella “tempesta ha smascherato la nostra vulnerabilità e lasciato scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci ha dimostrato quella tempesta come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità”. Alla speranza alludeva il Papa davanti al solo Crocifisso, donandoci questi pensieri il 27 marzo 2020 nell’icona eloquente della piazza vuota, abbracciata però dal colonnato di San Pietro. Vi ritorneremo per il Giubileo a settembre 2025 in gratitudine al Dio della vita, lieti di essere stati noi lodigiani tra i “silenziosi artigiani della cultura della prossimità e della tenerezza”. Vera memoria e vero futuro stanno nel riprendere insieme la via e lasciar correre davanti a noi le nuove generazioni sulle ali della speranza allora sperimentata e desiderosi ora di testimoniarla nella quotidianità.

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