Lo scontro Trump-Zelensky: «C’era una volta l’America»

Lodi

Il titolo del capolavoro cinematografico di Sergio Leone (1984) - leggermente modificato - ci aiuta a comprendere la situazione creatasi negli Stati Uniti, dopo le recenti decisioni dell’amministrazione Trump. Decisioni estreme che, se attuate nelle forme annunciate, potrebbero cambiare il corso della Storia. L’America è cambiata improvvisamente e anche i più raffinati e attenti analisti delle faccende storiche-sociali arrancano nel buio, sconcertati e in grande difficoltà nel capire le dinamiche dell’evoluzione in corso, potenzialmente capace di influire sull’economia, sull’ambiente e sulla coesione sociale del mondo intero. È la stessa sensazione di smarrimento e sconcerto che hanno provato milioni di persone nell’assistere inermi davanti alla Tv alla crudele e avvilente rappresentazione della flagellazione del povero Zelensky, maltrattato nella Sala Ovale da Trump e dai suoi sodali. L’Europa arranca e non sembra ancora in grado di rispondere adeguatamente e unitariamente a tali “provocazioni” che arrivano da oltreoceano, mentre il nostro Paese dà l’impressione di non sapere da che parte stare.

L’opinione pubblica formata dalle persone comuni è sconcertata e fatica a riconoscere in tale atteggiamento di sfida i semi di libertà e democrazia che hanno modellato dall’inizio del XX secolo le nostre democrazie occidentali. Democrazie cui aderisce anche l’Italia alla quale, l’America, subito dopo la Seconda guerra mondiale, ha fornito un contributo essenziale non solo sotto l’aspetto economico, ma soprattutto nella capacità di “incidere” sulla nostra esistenza, modellando in un certo qual modo il nostro stile di vita e aiutandoci - come scrive Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera - «ad assaporare il magico potere della libertà». Ora tutto questo sembra dimenticato e noi boomer, che siamo cresciuti nel mito degli ideali di libertà e democrazia incarnati dal presidente Kennedy, ci troviamo spiazzati e confusi. Un po’ come quando si accendono le luci nella buia sala cinematografica e ci si trova disorientati necessitando di qualche attimo per tornare alla realtà. Una realtà che, però, ora si prospetta ancora più buia e pericolosa, ove l’espressione “America first” è usata come un grimaldello per giustificare ogni misfatto, scardinando i princìpi di libertà e democrazia che, fin qui, hanno fatto grande l’America, pur con il contributo esterno che ha ricevuto per arrivare a tale traguardo.

Per giustificare quest’osservazione basterebbe leggere l’elenco dei premi Nobel (per la medicina, la fisica, la chimica, l’economia e nella letteratura). Ebbene, in tutti questi settori che fanno grande una nazione, è vero che l’America è quasi sempre al primo posto dei premiati (solo per la Letteratura è al terzo posto, superata da Francia e Gran Bretagna) ma, se osserviamo attentamente, si scoprirà che tale primato è stato possibile solo grazie al contributo essenziale, quantificato in circa un terzo del totale, di “menti” naturalizzate americane. Gente proveniente da altre parti del mondo (soprattutto occidentale) che hanno contribuito a fare grande l’America. Allora, di che America stiamo parlando?

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