«Quella volta che andai a Tel Aviv»

El PAGINON «Mi trovavo in un punto che collega l’umano al divino e non riuscivo a farmene una ragione»

Lodi

A Pasqua mi viene in mente quella volta che andai a Tel Aviv, che è poi in Giudea, come Betlemme e Gerusalemme. Mi dissi: ci vado o non ci vado ? Certo che ci vado. Son poco più di sessanta chilometri; non si può non andare a Gerusalemme. Come turista, non pellegrino. Comincio con l’orto degli ulivi: Gesù ci si trovava con gli apostoli, ma ora fuori di lì ci sono venditori di profano. In legno d’ulivo, come sui banchetti di Santa Lucia. Il giardino ha ulivi secolari, anzi: millenari, perché dall’interno del tronco antico ne nasce uno nuovo, per tante e tante volte. Da lì verso il Getsemani c’è un punto di vista splendido.

Dentro le strade strette c’è un brulicare di razze e religioni. Anche nella Basilica del Santo Sepolcro. Chiese e cappelle si intrecciano, ognuna con la sua verità: Copti, Etiopi, Ortodossi, Cristiani e altri ancora. Una brutta scala porta al luogo della crocefissione: avrei preferito che il punto non fosse indicato con precisione millimetrica. Mi sarei aspettato che il Golgota fosse fuori Gerusalemme; come su una collina a San Colombano. Il Santo Sepolcro è lì: a due passi. Resto perplesso. Mi trovo in un punto che collega l’umano al divino, e non riesco a farmene una ragione. Ecco: avrei preferito vedere quei luoghi da lontano; avvolti nel mistero. Continuo a pensarci anche davanti al muro del pianto. Ci sono uomini in preghiera, tutti vestiti di nero, con kippah e ricciolini alle basette, barba riccia e come dei fili di spago che pendono ai fianchi sbucando dalla giacca.

Fanno continui inchini ritmati davanti a quel muro che li separa dai musulmani. E meno male che c’è il muro a separarli, sennò se le darebbero di santa ragione. Santa ?, sì. Quella terra è santa per tutti. Bagnata dal sangue versato nel nome di cento religioni. “Non avrai altro Dio” ... il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe. Buona Pasqua.

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