Vacanze, dolce far nulla: sogno di un tempo che fu
EL PAGINON Un “aperitivo” dell’inserto in edicola oggi gratuitamente con il Cittadino: otto pagine di racconti, riflessioni e storie inedite
Lettura 2 min.L’impegno a collaborare al presente inserto programmato in vista delle vacanze e nell’intento di delinearne dei tratti, mi riconduce alla mente un passo di Cicerone ove il grande oratore confida all’amico Lutazio Catulo di trovarsi fuori Roma, godendo di un dolce far nulla (nihil agere me delectat), anzi di poter «plane cessare», cioè - noi diremmo - di staccare la spina. La vacanza, dunque, è qui definita in rapporto alla condizione esistenziale consueta da cui fuggire con approdo a una sorta di breve e felice nirvana, senza più né impegni né guai né assalti di stanchezza. Discorsi di questo tono fanno un po’ capolino nei linguaggi di ogni luogo e di ogni epoca, anche se poi, alla resa dei conti, si deve prendere atto che questa breve parentesi di edenica felicità non si realizza mai. Il sogno è tenace nel sopravvivere, ma noi stessi facciamo del tutto perché non diventi realtà.
Tutto nasce, mi pare, dall’intento di connaturare all’idea di vacanza quella di divertimento, evasione, svago, gironzolando nello sterminato ambito del ludico con irrefrenabile inventività. In tale ambito alcune circostanze hanno speciale spicco. È noto, ad esempio, il detto secondo il quale è lecito, almeno una volta all’anno, annientare ogni freno e folleggiare (semel in anno licet insanire). Mi fa tenerezza pensare che tutto ciò era applicato soprattutto al carnevale sentito come imminente passaggio alla quaresima, e mi chiedo: come si computa oggi il semel in anno? E quanto potere resta ancora ai freni per funzionare almeno un po’? Ampliamo ora il discorso fino al tema delle vacanze quando esse ritmavano alla grande e secondo le stagioni atmosferiche la vita dei potenti nelle istituzioni ai vertici del mondo. Imperatori, re, tiranni, principi di ogni genere si spostavano con le relative corti, per le vacanze, in luoghi ed epoche ben definite, secondo norme ed usanze di eterno ritorno. Per stare in tempi neppur tanto lontani, basti citare il fortunato romanzo di Tomasi di Lampedusa e il relativo film dal titolo «Il Gattopardo», per rendersi conto di come procedevano gli eventi. L’arrivo del principe e dei vacanzieri di corte occupava spazio nell’orizzonte dei pensieri: si sentiva l’avvicinarsi della data, era ben noto e fantasticato il viaggio e, all’arrivo, la gioia avrebbe dovuto esplodere anche nel programmato ed eseguito canto del Te Deum. Tutto ciò anche se qualcosa pur mutava, visto che, nel citato romanzo, è espresso questo pensiero: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Qualche interrogativo, al proposito... Nessuno si sarà mai chiesto: il principe che farà di diverso rispetto a quanto sceglieva di compiere nel suo palazzo nei giorni lavorativi? Inoltre: la condizione dei sudditi, nella quotidianità e nel vissuto, da quali benefici sarebbe stata raggiunta?
Il cenno ai giorni lavorativi suggerisce ora di collegare il tema delle vacanze a quello del lavoro, non fosse altro perché pare ovvio che, se di vacanze si può parlare, sarà soprattutto rispetto alla propria attività lavorativa. Impostando così le cose, il pensiero da cui si è raggiunti è di porsi a confronto con la condizione apprezzata da Cicerone, di cui sopra, quella cioè del dolce far nulla, nel senso di staccarsi davvero dai tanti vincoli dai quali, nei tempi che corrono, siamo impietosamente accerchiati nella carriera e nel lavoro. C’è però da distinguere tra chi è ancora nel pieno dell’attività lavorativa e chi gode (così si dice) della pensione. Primo angoscioso interrogativo: sono più tanti, numericamente i primi o i secondi? Costretti alla sintesi, semplifichiamo così. Sia per gli uni sia per gli altri, il dolce far nulla ciceroniano non ha più ora alcuna possibilità di sussistere. Il vuoto (se così si può dire) di quel nulla è aggredito da ogni parte perché le vacanze sono esse stesse un’industria e, quindi, una tomba della spontaneità, della quiete e, in fondo, del riposo. Già il viaggio per raggiungere i luoghi di vacanza deve affrontare un traffico che è spesso caotico, e trovare il posto per la macchina è un’impresa ardua quanto nei pressi dell’ospedale di Lodi. La confusione nelle grandi stazioni e negli aeroporti è indescrivibile. E attenzione: vacanze in Italia solo come extrema ratio. Il fascino è per luoghi di cui è persino difficile trovare il nome sugli atlanti geografici, in perenne trasformazione. Ahimè. Ho forse chiacchierato a vanvera e per divertissement? Non è vero quello che ho scritto? Vorrei tanto che fosse così.
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