«I nostri ragazzi trasformati in numeri
dalla scuola»
LA LETTERA DI UNA MADRE DELUSA
Lettura 1 min.Sono le 7.50. Suona la campanella nella scuola secondaria di primo grado, una delle scuole statali più riconosciute della città.
Dalle numerose auto, bloccate nell’ingorgo mattutino, scendono i ragazzi con zaini da undici chili. Lo zaino pesante, la cartelletta e i libri del doposcuola limitano la loro autonomia e, di riflesso, anche quella dei genitori. Durante la giornata piovono notifiche sul cellulare. È il registro elettronico che si riempie di voti. Gli 8, i 9 e i 10 si susseguono, ma spesso restano solo numeri, privi di un reale contenuto. Mai una verifica che torni a casa, mai un segno rosso a testimoniare un errore, una distrazione. Solo numeri. «I ragazzi non partecipano, non sono reattivi, si distraggono», dicono gli insegnanti. Durante le interrogazioni, programmate, non ascoltano. Non prestano attenzione al compagno che ripete la sua parte di lezione.
Sono le 13.32. Suona la campanella di uscita. «Com’è andata?» «Solito.»
Ai colloqui virtuali scuola-famiglia, dalle 9.31 alle 9.39, l’insegnante invita a non prendere più appuntamento se il registro elettronico non segnala un voto negativo. Dov’è finito il dialogo? Dov’è finito lo sviluppo del senso critico? I ragazzi vengono osservati come automi, chiusi nelle loro corazze di ferro, con microcircuiti interni programmati per raggiungere il risultato più alto.
Eppure i ragazzi non sono macchine. Sono fatti di pelle, ossa e sangue. Sono fatti di distrazione e curiosità, di ribellione e fragilità, di entusiasmo, amore e ansia. La scuola dà i numeri, ma non dovrebbe dimenticare le persone. Come scrive Ada Negri ne Il giardino dell’adolescente: «L’Adolescente in sè fingea le vite / colà viventi: erba che cresce, fronda che svetta».
Perché ciò che conta davvero non si può racchiudere in un numero.
Un genitore deluso - Lodi
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