«La correzione che restituisce fiducia alla città»
Il titolo di una lettera apparsa sul vostro giornale, «Mi ero sbagliato sui lavori al ponte e chiedo scusa», mi ha fatto fermare. Non conosco tutti i dettagli della vicenda. Mi colpisce il gesto pubblico di correggere una parola pubblica.
Nella discussione su un cantiere, una scuola o un servizio, possiamo sbagliare anche quando siamo mossi da una preoccupazione sincera. La responsabilità non finisce quando premiamo “invia”. Se cambia ciò che sappiamo, dovrebbe poter cambiare anche ciò che diciamo. Per me cristiano, Zaccheo offre un’immagine concreta del pentimento: l’incontro con Gesù arriva fino al modo in cui intende rimediare al male fatto. La conversione riguarda anche ciò che dobbiamo restituire agli altri. A volte sono denaro o beni; altre volte, una reputazione ferita da un’accusa frettolosa.
Correggersi non significa rinunciare a controllare l’operato di chi amministra. Significa rendere più affidabile quel controllo. Una critica precisa merita ascolto proprio perché sa distinguere un fatto da un sospetto.
Anche chi riceve delle scuse ha una responsabilità. Trasformarle in un’occasione per umiliare qualcuno scoraggia la prossima persona dall’ammettere un errore.
Lodi e i suoi paesi hanno bisogno di discussioni esigenti, nelle quali si possano chiedere spiegazioni e anche riconoscere una risposta. Una città guadagna fiducia quando lascia spazio a entrambe le cose.
Possiamo cominciare da una regola personale: dare alla correzione almeno la stessa visibilità che abbiamo dato all’accusa. È un piccolo servizio alla verità e a chi dovrà continuare a vivere accanto a noi.
Douglas Vandergraph
Fort Collins, Colorado, Stati Uniti
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