LODI «La pericolosità delle parole che incitano all’odio»

La lettera di Manuela Minojetti

Egr. Direttore,

ho letto con disappunto le dichiarazioni a mezzo social di un consigliere comunale che, forse al fine di ottenere visibilità e propaganda per la propria fazione/partito politico - che infatti non manca di citare - si permette di ingiuriare, includendoli in una categoria generica, e con definizione francamente un po’ datata, gli “extracomunitari”.

Afferma testualmente il consigliere: “Siamo stufi di aver paura a casa nostra noi saremo a difesa delle nostre donne ragazzi anziani, contro questi esseri che più che essere umani sembrano animali”.

Ho ricevuto diverse esternazioni di disagio rispetto a tali affermazioni, provenienti, tra l’altro, da differenti parti politiche.

Nonostante l’abitudine al linguaggio d’odio sia ormai invalsa anche nel Paese definito più democratico al mondo, molti hanno avuto il mio stesso sentire: non è possibile ignorare, sottovalutandole, la gravità di certe esternazioni. Non ho difficoltà ad ipotizzare in quel post - in via puramente teorica si intende - il confine con una serie di reati, tra cui, lampante, l’incitamento all’odio.

Ciò che, però, mi interessa evidenziare non è il fatto di perseguire un ipotetico crimine; non spetta a me.

È, invece, nella mia attenzione la gravità della conseguenza dell’hate speech, come viene definito universalmente e cioè le parole e i discorsi che non hanno altra funzione a parte quella di esprimere odio e intolleranza e che rischiano di provocare reazioni violente contro un gruppo determinato. È questo che è pericoloso e preoccupante: si offende a strascico un’intera comunità con un’identità condivisa, che rischia di essere colpita da una discriminazione accettata socialmente.

Mi spiego: se un soggetto che fa parte delle istituzioni, in modo del tutto indisturbato, definisce animali o, come già accaduto, “gente da rieducare” un’intera comunità di concittadini e nessuno reagisce, forse nel cittadino comune può passare facilmente il concetto che non ci sia nulla di male nel farlo.

L’umiliazione della dignità, che cammina fianco a fianco con la cosiddetta normalizzazione dell’odio viene, spesso, banalizzata e ridotta a goliardia, e ciò non può che portare inevitabilmente all’escalation del conflitto sociale. Si persegue, in sintesi - e, se non reagiamo, tutti ne siamo silenti complici - il fine di mettere in pericolo la coesione sociale e conseguentemente l’ordine e la sicurezza pubblica.

Ci parla di paura il consigliere, attribuendo a una categoria predeterminata (gli extracomunitari) il pericolo per le donne e gli anziani, omettendo ad arte un’evidenza oggettiva e cioè che nella nostra città per gli ultimi e unici quattro omicidi sono stati imputati dei lodigiani.

Non solo come assessore alla sicurezza ma anche come donna che vive la città, sento il dovere di invitare tutti coloro che ricoprono incarichi istituzionali a comprendere l’estrema lesività, in termini di ordine pubblico, dei messaggi discriminatori.

Cosi come in quel “noi saremo a difesa delle nostre donne”, (noi chi?) non posso ignorare il sentore di assoluta disistima per le nostre Forze dell’Ordine, in campo quotidianamente e incessantemente per garantire quell’ordine e quella sicurezza pubblica che il consigliere, diffondendo diffidenza e paura cerca, non so quanto consapevolmente, di minare.

Chiudo con l’auspicio che i consiglieri e tutte le figure istituzionali abbiano il tempo di leggere il manifesto della comunicazione non ostile che campeggia all’ingresso dell’aula consiliare.

Perché se le idee si possono discutere, le persone si devono sempre rispettare.

Manuela Minojetti

Lodi

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