Quando a parlare è un leader politico le parole pesano il doppio

di Roberta Vallacchi

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Gentile Direttore, «Le parole sono pietre», scriveva Carlo Levi. Le parole hanno un peso, possono ferire e lasciare il segno, possono essere estremamente pericolose. Un pensiero che torna attuale in questi giorni, ascoltando alcune dichiarazioni di chi ha responsabilità pubbliche. Quando a parlare è un ministro o un leader politico, le parole pesano il doppio, perché rendono lecito dire cose che non dovrebbero esserlo assolutamente. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dando consigli, ha detto che è meglio sposare una donna «seria», con «le gonne un po’ più lunghe». L’affidabilità di una persona misurata sui centimetri di una stoffa: parole già di per sé brutte, che ci riportano indietro di decenni e, soprattutto, rimarcano una discriminazione che dovrebbe essere già superata. Travolto dalle critiche, ha spiegato di essere stato frainteso. Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, invece di prendere le distanze ha voluto spingersi oltre: «una donna la preferisco sempre senza gonna». Qui si va anche oltre lo stereotipo fuori tempo: una donna ridotta al suo corpo, inteso come oggetto sessuale. Le hanno chiamate battute. Sono parole pericolose che tolgono dignità.

Nella stessa intervista Vannacci è tornato a chiedere classi separate per gli studenti con disabilità, perché «la socializzazione non è la panacea di tutti i mali». Proprio sulle pagine del Suo giornale Alessandro Manfredi, presidente di LEDHA, ha detto con fermezza quello che pensiamo in tanti: una proposta simile cancellerebbe decenni di lavoro per l’inclusione scolastica, e un lavoro culturale fondato sul valore e sul rispetto della persona. Un lavoro che ha basi solide anche in ambito legislativo, sia nel paese che nella nostra regione. Dividere i bambini in aule diverse sarebbe inaccettabile, distruggerebbe tutto il cammino fatto in lunghi anni e riporterebbe la scuola indietro di decenni.

Quello che colpisce è l’abitudine che si sta creando verso parole del genere. Un linguaggio sempre più volgare e aggressivo, che sdogana la discriminazione e la fa passare per franchezza. Sui social tutto questo corre veloce, si diffonde e trova applausi. E intanto si consuma ciò che generazioni prima di noi hanno costruito dopo la guerra: la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e la nostra Costituzione, scritte per mettere il valore e la dignità della persona al riparo da chiunque volesse metterle in discussione. Non è una preoccupazione di parte. Nella sua prima enciclica, «Magnifica humanitas», Papa Leone XIV chiede a tutti di «rimanere umani» e di avere cura di ciascuna persona, mettendo in guardia da un mondo che si abitua a dividere e a disprezzare. Un richiamo che parla ben oltre gli schieramenti. Tutto questo consegna alle istituzioni, a ogni livello, una responsabilità precisa: chi ricopre un ruolo pubblico dovrebbe misurare attentamente le parole prima di chiunque altro, conoscendone il peso e le conseguenze. La dignità delle persone non deve essere terreno per battute ad effetto. Difenderla, ogni giorno, è un dovere che riguarda tutti, a partire da chi rappresenta le istituzioni.

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