«Ogni giorno ricevo sempre la stessa mail, la stessa lettera: cambiano le parole, cambia la firma, ma il sentimento è identico (...) quello di un declino irreversibile e senza speranza, di un futuro impossibile e inesistente, paragonato a un passato pieno di opportunità e di promesse». Gli anziani hanno nostalgia del passato, i giovani si rassegnano alla mancanza di prospettive, ed è comune la convinzione di essere capitati a vivere nella stagione peggiore della nostra Storia. Per definire questo malessere e capire quale sia la strada per uscirne, Mario Calabresi, direttore de «La Stampa», nel suo ultimo libro ha ricomposto i frammenti di un tempo in cui si faceva fatica a vivere, ma era sempre accesa una speranza, e di un presente così paralizzato da non riuscire a mettere a fuoco l’esempio di chi non ha mai smesso di credere nel futuro. «Per riprendere coraggio, per trovare ossigeno, mi sono rimesso a viaggiare nella memoria». Un viaggio nel vissuto del nostro Paese attraverso le storie di chi - scienziati, artisti, imprenditori, giornalisti (tra questi Franca Valeri, Umberto Veronesi, Massimo Moratti, Giuseppe De Rita, Jovanotti) e persone comuni - ha saputo affrontare a testa alta le sfide collettive e individuali del mondo di oggi. C’è chi ha trasformato la sua tesi di laurea in un’azienda californiana di successo e chi ha deciso di cambiare il proprio destino giocando l’unica carta a sua disposizione, lo studio. Per intuire che in mezzo allo sconforto diffuso la strada
esiste, perché coltivando le proprie passioni non si rimane delusi e perché la libertà si conquista, anche, con la volontà. Calabresi ricorda quando si moriva per malattie oggi scomparse, quando la maggioranza degli italiani viveva in case affollate, quando in gran parte d’Italia si mangiava la carne solo nei giorni di festa. «Se si va a guardare - come ricorda Veronesi - quanti bambini nel solo 1950 non arrivavano al primo anno di vita, allora si scopre che furono più di 58mila (tanti quanti i caduti americani in Vietnam). Oggi sono ben sotto i 2000. Abbiamo fatto tanta strada e non abbiamo nulla da rimpiangere». Eppure, si chiede Calabresi, perché nonostante l’aumento del Pil e l’innegabile progresso, guardiamo con nostalgia al passato? Ecco la storia di una piccola marocchina, Amal, che a tredici anni e con un solo nove in pagella (tutti gli altri sono dieci) viene scelta per rappresentare la Liguria a Montecitorio nel corso di una cerimonia dedicata ai migliori studenti italiani. Il padre è arrivato qui trent’anni fa, ha sempre lavorato, ma non ha ancora la cittadinanza italiana. Lorenzo Jovanotti ricorda a Calabresi una frase del film The Social Network, quello che parla dell’inventore di Facebook, la pronuncia il rettore di Harvard: «I migliori allievi di questa università non sono quelli che escono e trovano un lavoro, ma quelli che escono e se lo inventano». Cosa ci manca allora per essere felici, perché cerchiamo altrove la nostra realizzazione, il successo? «Ci manca lo spazio», risponde Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis. «Gli anziani che hanno nostalgia del passato e i giovani che pensano di avere avanti il nulla soffrono della stessa malattia, mancano di spazi e di orizzonti. Cinquant’anni fa tutti abbiamo avuto, davanti a noi un grande spazio di crescita, economico e sociale». Ma per De Rita, sulle macerie morali del turbo-consumismo, la cui crescita dopata ha ucciso i desideri, forse è ancora possibile darsi una disciplina esistenziale, fissare dei traguardi. Far ripartire insomma quel treno di cui parlava Di Vittorio tanti anni fa. Calabresi, milanese, ha lavorato come cronista parlamentare all’Ansa. È stato caporedattore centrale della «Repubblica» e poi corrispondente da New York. Dal 6 maggio 2009 è direttore de «La Stampa». Nel 2007 ha pubblicato con Mondadori Spingendo la notte più in là, e poi La fortuna non esiste (2009).