Lodi dice addio a Ireneo Arbasini

STORICO SINDACALISTA E COLONNA PORTANTE DELLA CISL , aveva 85 anni

Lettura 5 min.

Si è spento a 85 anni Ireneo Abrasini, figura di riferimento e tra i padri fondatori della Cisl lodigiana. I funerali si svolgeranno nella Chiesa Parrocchiale di Pandino domani mercoledì 2 Settembre alle ore 9.30 partendo dall’abitazione in via Don Mazzolari, 8. Dopo le esequie si proseguirà per la Cremazione. Riportiamo l’ultima intervista che aveva rilasciato, nove anni fa, al Cittadino di Lodi. Domani 2 settembre un ricordo anche sul Cittadino in edicola, e in digitale.

Un impegno a favore del prossimo valorizzando una costante azione sindacale sotto l’egida della Cisl: Ireneo Arbasini, classe 1941, lodigiano residente a Pandino, avrebbe ancora voglia di mettersi a citofonare ai vicini per proporre iniziative volte al miglioramento della comunità: «Ma sono cambiati i tempi – mi spiega, razionale e consapevole, ma al tempo stesso sconsolato –: oggi c’è tanta diffidenza in giro, magari c’è chi non aprirebbe la porta di casa propria. Altro che avere l’opportunità di illustrare e condividere un progetto…».

Prima non era così? «Assolutamente no. Le tessere, ad esempio, attraverso i volontari, noi le distribuivamo alla sera, bussando casa per casa».

Gli Arbasini di dove sono originari? «Lodigiani, inizialmente appartenenti al ceppo agricolo. In famiglia si raccontava che fra i parenti annoverassimo geni ed inventori. Il mio bisnonno, Arbasini Ercole, ad esempio, aveva realizzato l’aratro che non necessitava di essere trainato dai buoi, ma che si avviava attraverso catene collegate ad un motore cardano a diesel».

La tradizione agricola con chi proseguì? «Con mio nonno, che si chiamava come me: Arbasini Ireneo. Faceva il contoterzista. Fu però un uomo sfortunato: morì a 47 anni per una disgrazia».

Cosa gli accadde? «C’era stato un temporale e lui si trovò a sistemare i fili elettrici in una cascina di Lodi Vecchio perché era saltata la corrente. Aveva fretta di trebbiare. Morirono fulminati, lui ed il suo garzone».

Terribile! «Sì, fu un colpo durissimo: anche perché lasciava orfani sette figli, cinque maschi e due femmine, tutti giovani. Si rimboccarono le macchine».

Cosa fecero? «I maschi andarono tutti in fabbrica, alla Camolina di Lodi. Una mia zia fece la prestinaia, a San Grato. L’altra rimase casalinga. Mio padre Livio, oltre a lavorare in ditta, aiutava un suo zio, Riccaboni, che era proprietario del Mulino di Pieve Fissiraga. Ebbe così modo di conoscere mia madre, Maria Carelli, originaria della Muzza di Cornegliano Laudense e la cui famiglia era molto conosciuta nel Lodigiano».

Perché? «Perché i Carelli avevano tutti un impegno nel sindacato cattolico: chi nel settore metalmeccanico, chi in quello chimico, chi nel commercio. Uno divenne presidente regionale dell’Inps. In casa si respirava un clima d’ispirazione cattolico-popolare, con un’evidente inclinazione al sociale».

Vedo che si commuove nel ricordare il lato materno della sua famiglia d’origine… «Penso a mia nonna Antonia: donna di grandissima fede, aveva solo la terza elementare, ma sapeva tenere testa ai suoi undici figli, tutti più istruiti di lei. Il suo esempio ha contato molto per me: credo sia stata la persona più importante della mia vita».

E di lei bambino, che ricordi ha? «I miei zii erano tutti in guerra e dal fronte mandavano le cartoline con i saluti per il loro piccolo Ireneo: percepivo in me, nella paura generale per il conflitto bellico che si respirava in famiglia, un senso di orgoglio, perché venivo ricordato da luoghi misteriosi e tragici. Il senso della famiglia si sviluppa attraverso le strade più strane».

Che scuole ha fatto? «Il mio percorso di studi è stato tortuoso. Non andavo tanto bene, fui anche bocciato da ragazzino. Ma poi mi ripresi, aiutato da mia sorella e da un fratello. Ho preso la licenza media e, successivamente, ho studiato alle scuole serali, indirizzo professionale, diplomandomi in Meccanica ed Elettromeccanica. Però a 10 anni facevo già il muratore, a 12 il garzone falegname e a 15 ero già a Milano».

In fabbrica? «Sì, alla Tecnomasio Italiano. Partivo alle 5.15 con il treno, il famigerato “fogna”. Si era a metà degli anni Cinquanta: c’era voglia di lavorare, di migliorarsi. Poi agli inizi degli anni Sessanta cominciarono i primi scioperi di categoria per le rivendicazioni contrattuali. Da lì approdammo agli autunni caldi».

Erano rivendicazioni giuste? «Giuste? Direi sacrosante! Le questioni relative ai ritmi produttivi, al cottimo, alle qualifiche, alla salute ed alla sicurezza. Furono lotte giuste, che ebbero inoltre un’importantissima conseguenza…».

Quale? «La crescita della solidarietà. La capacità di stare fianco a fianco fra colleghi. Milano è stata una scuola di formazione sindacale ed umana».

Sull’autunno caldo soffiò anche l’alito del terrorismo… «Noi operai, in fabbrica, non sapevamo neppure cosa fosse il terrorismo. Però c’era. Nottetempo apparivano sui muri scritte inneggianti alla lotta armata. In occasione degli scioperi, quando si facevano i picchetti davanti ai cancelli, si presentava qualcuno ed indottrinava all’eversione. Oggi fanno i mezzi busti alla televisione. Fu un periodo difficilissimo. Però i rapporti tra noi operai erano la cosa più bella del lavoro».

Lei, come cattolico, si sentì mai discriminato? Com’erano i rapporti con i comunisti? «I comunisti erano un blocco unico. Ma sapevano di sindacato e di politica, e avevano anche questo di buono: riconoscevano le capacità altrui. C’era una legittimazione reciproca. Essere cattolico mi ha aiutato tantissimo nel mio impegno sindacale».

In che modo? «Per me, la fede offre l’opportunità di cogliere le differenze e volgerle al positivo. Dà un significato profondo nel comprendere le cose concrete, i problemi reali. E questo agevola tanto nelle rivendicazioni sociali. Gesù d’altra parte ha scelto i dodici apostoli fra lavoratori, e non mi pare sia mai stato a cena con i potenti».

Rimase a lungo in quella fabbrica? «Ventiquattro anni. Poi ebbi un distacco sindacale, sempre a Milano, nel comparto dei metalmeccanici, dove mi occupavo dei pensionati nella sede di via Tadino».

Le mancava l’impegno in fabbrica? «Certo, sia il lavoro che l’attività sindacale diretta. Una delle mie convinzioni era che fossero fondamentali istruzione ed informazioni vere per i nostri iscritti: sul modello della scuola di don Milani, impostavo modelli, grafici, cartelloni, e studiavo come gestire un’assemblea».

Poi fu trasferito a Lodi… «Nel 1985, chiamato da Mario Miretta; ero il delegato per il comparto Lodi-Crema. Qui conobbi Albina Rasini, mia moglie; lei è originaria di Pandino, ed è stata a lungo delegata sindacale nel settore pubblico».

Mario Miretta fu un sindacalista di rilievo nel Lodigiano… «Fermo nei suoi principi, a costo di essere duro, un mastino: credeva nelle cose che faceva. Ebbe un grande merito: quello di non desistere mai dai disegni dentro ai quali si concentravano i bisogni della gente. Miretta era uno che stava dalla parte degli ultimi. D’altra parte era di Guardamiglio, paese da cui proveniva anche don Leandro Rossi: un altro che spese l’intera sua vita per gli ultimi».

Lei era amico di don Leandro… «Lo conobbi ad un convegno a Rocca Brivio, dove ci trovavamo per ascoltare Garaudy, un pensatore libertario francese. Mi disse di essere parroco al Tormo. Nacque un’amicizia profondissima tra noi. Era un prete fuori da ogni schema. Partecipammo insieme a tantissime marce per la pace e la solidarietà, organizzate da Pax Christi».

L’accoglienza di don Leandro verso i tossici fu straordinaria e coraggiosa … «Avrebbe cominciato anche prima. Ma aveva in canonica una perpetua anziana, bresciana, che ogni qualvolta sentiva accennargli questo progetto, minacciava di andarsene. Quando lei morì, don Leandro accolse il primo tossico. Prese a curarli, nelle comunità che apriva, come fossero suoi veri figli. Era aiutato da volontari generosi e capaci…».

Uno era Egisto Taino… «Una persona credibile per come si spendeva per gli altri. Come lo stesso Peppo Castelvecchio, che poi proseguì autonomamente sullo stesso percorso. Un’altra figura particolare era Angiolina, la perpetua: una donna sensibile a tutto, attentissima alla comunità Famiglia Nuova, ai suoi operatori e agli ospiti, una donna semplicissima, eppure si accorgeva di tutto».

Ireneo, lei che impegnavo aveva in comunità? «Cominciai commissionando qualche lavoretto agli ospiti, così che fossero impegnati durante il giorno: borse da viaggio».

Borse? «Nel sindacato avevamo un’Agenzia turistica ed io facevo sì che fosse acquistato, per i propri clienti, questo bagaglio».

C’è ancora la solidarietà? «Mi pare si sia ridotta. Gli africani scappano dalle loro terre, e vivano o muoiano in mare per tanta gente è lo stesso. Ma non è terribile questo? La società è cambiata profondamente: non ci si aggrega più, in tanti preferiscono solo il proprio tornaconto».

E gli operai? «Dove sono? Al limite, sono rimasti solo lavori operai. Ma oggi chi lavora duramente in fabbrica veste come il proprio padrone. Si è persa un’identità, di cui prima si andava orgogliosi».

Ireneo, qual è stato il valore più bello del Novecento? «Vorrei indicarne uno proprio sotto il profilo squisitamente sindacale…».

Prego… «L’inquadramento unico in azienda, cioè la rivalutazione delle qualifiche rispetto alle mansioni. Precedentemente a questo accordo, chi picchiava il martello tutto il giorno in carpenteria aveva diritto soltanto a 12 giorni di ferie all’anno, mentre l’impiegata addetta alla macchina per scrivere ne aveva 30. Non c’era proprio giustizia...». (intervista di Eugenio Lombardo)

© RIPRODUZIONE RISERVATA