CASALE Dopo la polemica sul latte di capra, la proposta di adottare i cuccioli
Le Camosciate cerca per i maschi un futuro che non sia il macello
Lettura 1 min.Non c’è latte animale senza uccisione di cuccioli. È l’amara verità che emerge a seguito della polemica (ora non più visibile) che ha preso vita sulla pagina Facebook del sindaco di Casale Elia Delmiglio. Alcuni giorni fa, il primo cittadino aveva annunciato lì che nella casette del latte di Casale e Zorlesco è disponibile anche quello di capra prodotto dall’azienda agricola Le camosciate di San Tommaso di Mezzana Casati e il post, insieme ai commenti di apprezzamento, ha ricevuto anche quello di Dario Bignami - noto attivista per i diritti degli animali, di Casale - che ha evidenziato che la produzione del latte di capra comporta lo sgozzamento dei capretti. Parole forti, usate per mettere in evidenza che le capre, come qualsiasi altro mammifero, non producono latte automaticamente, ma solo a seguito di una gravidanza e per questo i cuccioli rappresentano un peso per un’azienda che produce latte, che li manda al macello.
Prendendo alla lettera le parole dell’attivista - a cui poi si sono aggiunti altri commentatori sulla stessa linea -, più di una persona ha testimoniato che i capretti a “Le camosciate” vengono trattati benissimo. È intervenuta anche l’azienda stessa, tramite Rachele Mezzetti, che ha chiesto delucidazioni a Dario Bignami sulla sua affermazione ma poi ha preferito non rispondergli quando ha chiesto di spiegare cosa ne facesse dei capretti. «Mi sono rifiutata di rispondere a certe polemiche fatte senza conoscere», spiega Rachele Mezzetti. Sui capretti, però, una risposta c’è e arriva dalla mamma di Rachele, Paola Rossi: «Nascono una volta l’anno e vengono lasciati sotto alle mamme per circa due mesi, fino allo svezzamento. Fino ad allora sono le capre che si occupano dell’alimentazione dei cuccioli, salvo quelli che hanno bisogno di essere aiutati con biberon o terapie particolari, ma vengono comunque lasciati con le mamme. Scaduto quel periodo, vengono messi in recinti all’aperto e si alimentano con mangimi e fieni». E qui arriva il punto problematico, perché finché stanno in azienda i capretti vengono trattati bene, ma «per quanto riguarda i maschi, i più fortunati sono destinati alla riproduzione, però obiettivamente sono una minima parte - spiega Paola Rossi -. Alcuni riusciamo a darli via come animali da compagnia, ma un’altra parte, purtroppo, va al macello, dove mi dicono che gli viene data una scossa elettrica e poi vengono macellati».
Dalle parole di Paola Rossi emerge che tutto questo non la lascia indifferente. «Il primo anno avevo provato a tenerli tutti, avrei voluto fargli fare i tagliaerba e stavo cercando una strada per farlo, ma tenerli era ingestibile - spiega -. Uno dei nostri obiettivi è quello della fecondazione con seme sessato, che vuol dire non far nascere maschi. Doverli mandare al macello dà fastidio a tutti, a me in modo particolare: è come se fossero tutti miei cagnolini». Proprio per questo, Paola Rossi lancia un appello: «Se ci fossero persone serie, che ci garantiscano che li usano per il taglio dell’erba, siamo disposti a regalarli».
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