Lavorare per la pace col confronto, un patto contro divisioni e conflitti VIDEO

L’intervista In redazione a “il Cittadino” il direttore dell’Ufficio nazionale Cei per Ecumenismo e Dialogo interreligioso

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Lodi

Riportiamo il testo dell’intervista con don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso della Cei, che ha incontrato “Il Cittadino” ieri mattina insieme al vescovo Maurizio Malvestiti.

Partiamo dal patto firmato pochi giorni fa, la Via Italiana del Dialogo interreligioso. Che cosa racconta questo patto e qual è l’obiettivo che vi siete posti?

«Beh, innanzitutto complimenti perché vedo qua il cittadino e vedo la visita del Papa qui a Lodi, vedo il servizio che voi avete fatto: questo dice come il servizio della stampa, il servizio della comunicazione sia un servizio veramente prezioso che permette di raccogliere dei dati e permette di narrarli e nel modo in cui vengono narrati uno recepisce e capisce la situazione storica e quello che si sta vivendo. Così è stato un po’ quello che è accaduto il 25 giugno scorso a Roma, dove all’Ara Pacis 15 rappresentanti di varie comunità religiose hanno sottoscritto un patto da loro scritto composto da un preambolo, e da nove impegni, nove azioni. Un patto che nasce da un lungo cammino, un cammino che ha avuto inizio nel post Covid, nel contesto del cammino sinodale, con la commissione episcopale di cui anche il vescovo di Lodi è membro. Il patto nasce nel contesto di una conversazione spirituale, quindi non è un testo che piove dall’alto, ma che nasce dalla profondità dialogica dei responsabili delle religioni. E nel momento della sintesi delle conversazioni spirituali è emerso il desiderio di poter dire che ci sono delle cose importanti che stiamo condividendo e sulle quali dobbiamo investire non solo tra noi ma anche nello spazio pubblico per la coesione sociale del Paese. Questa cosa è maturata, si è fatta scrittura ed è diventata realtà».

Questo patto storico perché arriva anche in un momento nel quale il nostro Paese sta cambiando molto e la sfida dell’integrazione credo sia una delle più importanti che abbiamo davanti. Quale sostegno può dare questo patto anche in un’ottica di un rafforzamento del percorso di integrazione?

«Il nono degli impegni che sono stati sottoscritti fa riferimento all’articolo 4 della Costituzione italiana ed è interessante perché nella firma ciascun responsabile di religione dice che ci impegniamo per la pari dignità di ogni confessione e ci impegniamo perché ogni confessione possa essere riconosciuta sia nell’aspetto materiale sia nell’aspetto spirituale. Questo passaggio è molto importante perché richiama la Costituzione italiana e vuole dire che il contributo che le religioni possono dare alla coesione sociale in Italia è un contributo molto importante e questo va rispettato».

Il cardinale Zuppi, presidente della Cei, ha commentato questo vostro percorso dicendo che in qualche modo ognuno ha partecipato con la propria storia, la propria progettualità, la propria difficoltà di dialogo e la propria visione, ma ha detto che la comunione non è mai conformità, in qualche modo si tende ad esaltare ciò che ognuno di noi porta come elemento di distinzione...

«Ma questa è la bellezza, cioè la comunione sta nell’armonia delle differenze, nella capacità di ascolto e nel momento in cui io mi metto ad ascoltare l’altro, l’altro impara anche a ascoltare se stesso e nell’ascolto dell’altro io riconosco la verità della mia testimonianza. Questo contributo permette di elevare il rispetto della dignità della persona e della dignità delle comunità presenti nel territorio italiano».

Invece a Bari qualche mese prima avete sottoscritto il patto ecumenico tra le Chiese cristiane: è complicato mettere d’accordo tante religioni, ma anche mettere d’accordo i cristiani non è sempre facile...

«Abbiamo lavorato con la stessa modalità metodologica di confronto nel periodo post-covid - e quindi dire post-covid vuole dire un certo periodo storico che comprende i fatti del 7 ottobre, e poi i fatti di Gaza e dell’Ucraina -. Per quello che riguarda i responsabili delle regioni io sono testimone che tutte le volte che i responsabili delle religioni si sono incontrati erano tutti presenti. E si sono detti che se ci sono delle forze esterne che vogliono allontanarci, se ci sono delle motivazioni interne che spingono ad allontanarci, noi con questo patto diciamo che il tavolo del dialogo non lo vogliamo mollare. Questo è un processo molto importante che abbiamo chiamato la Via italiana del dialogo. Noi non siamo in Ucraina, non siamo né in Israele né in Palestina, siamo in Italia. Però la testimonianza italiana delle diverse religioni per la coesione sociale ha un suo valore».

Oggi vediamo che la via diplomatica fa molta fatica a trovare soluzioni concrete per quanto sta succedendo. Questo modus operandi che avete sperimentato può essere in qualche modo un modello per rivedere la via diplomatica?

«Per quello che mi compete, per quello che posso testimoniare - e lo posso testimoniare insieme al vescovo Maurizio - è che ciò che abbiamo vissuto sia in campo ecumenico tra i responsabili delle chiese cristiane, sia in campo interreligioso tra i responsabili delle diverse religioni, quello che fa la differenza è l’incontro. È importante guardarsi negli occhi, è importante ascoltarsi, è importante ascoltare le ferite dell’altro ed è importante che l’altro si senta ascoltato nelle sue ferite. Questo fa la differenza. Se poi questo permette dei passaggi anche diplomatici, ne siamo pienamente felici. Quello che vogliamo dire è che io non so che cosa si sono detti san Francesco d’Assisi e il sultano. Io questo non lo so, non è neanche stato scritto, però posso dire che con quello che ho vissuto nel tavolo tra le Chiese cristiane e nel tavolo tra i responsabili delle religioni, forse mi è stato dato di capire che cosa Francesco e il sultano si sono detti».

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