Il Bookcity di Marco Balzano tra giovani, arti e periferie

L’INTERVISTA È il nuovo curatore del programma della rassegna

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Non un semplice festival dei libri, ma una grande festa delle arti. È l’obiettivo dello scrittore Marco Balzano, appena nominato curatore del programma di Bookcity che si estende, tra il 23 e il 29 novembre, anche nel Lodigiano. Balzano, classe 1978, coinvolto in questi giorni, in Germania, per la promozione del suo ultimo travolgente romanzo Bambino in lingua tedesca, ha le idee chiare: condividere i contenuti con il gruppo di lavoro, puntare alla valorizzazione dei giovani e raggiungere le periferie. «L’inclusività è molto importante - dice, mentre va su e giù dai treni -, dobbiamo includere, recuperare, cercare di coinvolgere chi non legge, si sente lontano o non ha gli strumenti per farlo, affinché le persone sentano e sperimentino il piacere dei libri e soprattutto dell’incontro. Inclusione significa anche non chiudersi nella letteratura - non che Bookcity l’abbia fatto fino ad ora -, ma io farò il possibile perché ci siano artisti, illustratori, pittori, musicisti, registi: vorrei che fosse una festa dell’arte, oltre che del libro».

Quindi un’iniziativa aperta a tutti, anche a chi sta ai margini...

«Assolutamente sì, questo Bookcity lo può fare, anche dal punto di vista geografico, andando a valorizzare le periferie; tra l’altro lo sta già facendo: tra i risultati più apprezzabili degli ultimi anni, secondo me, c’è un maggiore coinvolgimento delle scuole. Non vorrei che i ragazzi fossero usati come platea per far vedere nelle foto su Instagram che c’è tanta gente agli eventi, vorrei che partecipassero davvero. Mi riprometto di ascoltarli molto».

Negli intenti ha parlato di valorizzare uno sguardo complesso

«Sì, i libri devono servire a illuminare ciò che sta davanti a noi; se servono solo come un bagaglio pesante da portarsi dietro rischiano di perdere la battaglia più importante. La gente va ai festival, alle presentazioni, e legge i libri per cercare di formarsi uno sguardo più complesso, più rispettoso degli altri, capace di considerarli oltre gli stereotipi».

La gente legge ancora?

«Io penso che dove c’è gente che non legge è perché è mancata un’educazione alla lettura. Se non si spiega la bellezza del leggere, cellulare e social offrono stimoli più immediati e aproblematici. La lettura va ripresa a livello politico, scolastico, universitario, come educazione, senza lasciare indietro gli adulti: non è una cosa che riguarda solo i ragazzi».

Si dice sempre, infatti, che i ragazzi siano irretiti dai social e non leggano. Lei che è papà e insegnante cosa ne pensa?

«Se sono educati alla lettura i ragazzi leggono. Questa sui giovani che non leggono è solo una noiosissima retorica, generalmente portata avanti da adulti che non leggono. Se si fa capire cosa dà di più il libro, di unico rispetto ad altri canali, è molto raro trovare disinteresse o rifiuto. Certo è un lavoro lungo. Gli stimoli adesso sono molti di più degli anni precedenti e probabilmente aumenteranno ancora, però, insisto, dove siamo capaci noi di raccontare perché ha senso fare questa cosa, i ragazzi ci arrivano. Molto spesso pretendiamo che i ragazzi lo facciano quando noi non spendiamo un minuto del nostro tempo a spiegare loro perché. I giovani sono nati in un altro millennio. Le parole sono la prima forma di libertà di pensiero, la base della vita associata e di ogni possibile cambiamento. Vanno sorvegliate, difese, protette e curate».

Quali sono i suoi riferimenti letterari?

«Secondo me il momento è particolarmente buono per leggere, rileggere e tenere presente Primo Levi e Albert Camus...».

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