L’autore Marco Bosonetto si racconta al «Cittadino»
LIBRI Nella newsletter di mercoledì un suo testo inedito che valorizza le parole come visioni diverse sul mondo
Lettura 2 min.Marco Bosonetto, piemontese di origini, classe 1970, docente di filosofia e scienze umane in un liceo di Piacenza, scrittore e autore di testi cinematografici e teatrali, sarà l’autore del prossimo racconto della nostra nuova newsletter di cultura in arrivo mercoledì 28 gennaio.
Come è nata la professione di scrittore?
«È una passione che ho sempre coltivato, prima da lettore e poi da scrittore di cose che sono rimaste giustamente nel cassetto, poesie e brevi racconti; nel periodo dell’università ho incominciato a pensare di dedicarci del tempo in maniera seria e poi ho pubblicato per la prima volta nel ’98 (Il sottolineatore solitario, Einaudi). Dire che è una professione è eccessivo».
Lei ha scritto per il teatro Mucche ballerine , geniale secondo me. Come l’ha costruito? Si aspettava che sarebbe stato ancora attuale? Lei dice che quando l’ha scritto, nel 2005, “fascismo e guerre mondiali potevano sembrare incubi del passato, ora oscurano l’orizzonte del futuro”.
«L’idea di trattare della Resistenza facendo parlare una mucca non è mia, è della produttrice, però ho cercato di dargli una certa verosimiglianza, ho lavorato un po’ di fantasia, spero che i pensieri siano credibili. La cosa importante di Mucche ballerine è che, sempre meno, è lontano dal presente, per la diffusione delle idee che forse è improprio definire fasciste, ma sono molto vicine (chiamiamole autoritarie) così come al rischio guerre. Purtroppo ;è un testo sempre attuale, tra l’altro abbiamo anche un progetto cinematografico con Alessandra Celesia».
Per quanto riguarda i romanzi c’è stata una evoluzione nella cifra stilistica, forse anche per il cambio di genere...
«Prima mi affidavo molto al divertimento della scrittura, usavo giochi di parole, la fantasia scatenata; il mio punto di riferimento nei primi libri era Daniel Pennac, mi piaceva molto e andavo un po’ in quella scia lì. La trama esisteva, ma era un pretesto per il divertimento linguistico, adesso cerco di curare la lingua, però con un impianto un po’ più realistico, negli ultimi due libri in particolare Gli alberi del Nord (ambientato sulle rive del Po tra il Basso Lodigiano e il Piacentino) e Tutti Innocenti dedicati alle indagini del commissario Gastaldi. Spero che il lettore oltre al piacere di capire chi ha ucciso chi ci trovi anche dell’altro, sia nella scrittura che nella descrizione dei mondi sociali».
Il commissario Gastaldi è un antieroe
«È un eroe, ma riluttante. Sua moglie è una insegnante e, soprattutto in Tutti innocenti consente un nuovo sguardo sui giovani che riguarda la mia vita vera. Spero sia un po’ in controtendenza con le descrizioni semplificate e sommarie dei giovani come disinteressati al mondo, tutti violenti. È assolutamente falso. Purtroppo esistono, ma ci sono tanti ragazze e ragazze intelligenti, civili e molto delusi dal mondo che gli stiamo lasciando. I problemi veri sono quelli che gli adulti scaricano sui giovani e non il contrario».
Interessante la sua ricerca linguistica
«Nei libri su Gastaldi uso il pretesto del fatto che lui non è originario del luogo in cui lavora: mi sono divertito con i dialetti che hanno una forza espressiva che la lingua italiana non ha. Uso il dialetto per sottolineare che ogni parola è uno sguardo sul mondo e ogni lingua lo è».
Prossimi progetti?
«Sto lavorando al terzo libro su Gastaldi. Sono a buon punto».
C’è molto Bosonetto nei suoi libri...
«C’è molto di mio anche nella nostalgia di Gastaldi per le montagne. L’esule alpino in pianura un po’ soffre, cerco di andarci spesso».
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