Senza Riserve, le storie dei nativi americani dalla penna del preside Paolo Valerio Bellotti

L’autore di San Donato Quattordici storie che illuminano le esistenze di uomini e donne indigeni in un’America rurale

Quattordici storie che illuminano le esistenze di uomini e donne indigeni in un’America rurale dove deserti polverosi, foreste selvagge e riserve soffocanti diventano teatro di resistenza. È questo l’orizzonte di Senza Riserve. Storie di Nativi Americani, il nuovo libro di Paolo Valerio Bellotti, edito da Mauna Kea, casa specializzata in saggistica e narrativa sui popoli indigeni.

«La cronaca sulle riserve da noi arriva di rado – racconta l’autore –. Bisogna sapere dove andarla a cercare. Eppure, ci sono moltissime vicende di sofferenza e di riscatto che meritano di essere raccontate». Bellotti, preside di un centro professionale a San Donato Milanese, è l’unico autore italiano di narrativa d’avventura pubblicato da Mauna Kea. Nelle sue pagine incontriamo figure diversissime: il black indian Choctaw che negli anni Trenta attraversa il Mississippi inseguendo speranze e whisky, con il blues e il Ku Klux Klan alle spalle; la studentessa Yokut che combatte i pregiudizi con ostinazione guerriera; il cacciatore Cheyenne che sfida i bracconieri nei boschi del Wyoming. Tutti cercano di affermare la propria identità, spesso fragile ma mai piegata.

«Alcuni personaggi hanno spunti autobiografici – spiega Bellotti –. Soprattutto quelli legati al tema della scuola e della formazione. Ma tutti hanno radici native: mi sono ispirato a situazioni reali che riguardano la vita quotidiana nelle riserve». L’autore sottolinea come il confronto tra realtà lontane possa servire a guardare con occhi diversi anche al nostro presente. «La condizione adolescenziale dei nativi è più traumatica della nostra, ma ci sono sempre somiglianze. Leggerle ci permette di riflettere sulle fragilità dei nostri ragazzi. Le soluzioni che trovano però sono differenti, perché diversa è la loro spiritualità e il modo di affrontare i problemi. Questo ci sorprende, e ci arricchisce».

La passione di Bellotti per i nativi americani ha radici singolari. «Non sono arrivato a loro tramite i film o i fumetti – ricorda –. Da bambino avevo capelli lunghi e lisci, occhi a mandorla e pelle un po’ scura. Ero convinto di avere le stesse origini dei Nativi Americani. Con internet, poi, ho iniziato a intrattenere corrispondenze con persone delle riserve e a visitare luoghi che fino ad allora esistevano solo nel mio immaginario. Oggi forse sono un po’ sbiadito a livello di carnagione, ma la propensione a cercare autenticità mi è rimasta». Nonostante l’ampiezza delle vicende, Bellotti predilige la forma breve. «Non amo il romanzo tradizionale – confessa –. Preferisco la frammentarietà dei racconti». E intanto già guarda oltre: «Mi piacerebbe continuare a raccontare realtà indigene, magari attraverso racconti più complessi. Non solo l’America nativa o rurale, ma anche altre terre, come il nord della Finlandia, che considero uno dei miei santuari».

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