TEATRO “Inverno” dei sentimenti: pura e struggente poesia

Applausi per il testo di Jon Fosse andato in scena sul palco del “Carlo Rossi” di Casale

L’ennesima variazione sul conflitto maschi contro femmine, in bilico tra la tragedia e il rischio di cadere in farsa. Questo e non solo questo è “Inverno”, di Jon Fosse, andato in scena lo scorso giovedì al Teatro “Carlo Rossi” per la regia di Michele Di Mauro, con Pasquale Di Filippo e Silvia Giulia Mendola. Uno spettacolo certo non facile, uscito dalla penna di un vero e proprio mito vivente in Norvegia; uno spettacolo ricchissimo di spunti.

È dunque proprio inverno nel rapporto tra questo lui, un uomo d’affari che sappiamo sposato con figli (si sa solo che la moglie si chiama Marta) e in trasferta di lavoro, e questa lei scalcagnata e borderline; una coppia che si incontra sulla panchina di un cimitero e che non sa più staccarsi, nonostante entrambi i personaggi mettano in scena un bizzarro tira e molla, sempre sul punto di lasciare il palco, senza mai farlo. È inverno nel loro linguaggio fatto di mezze parole, mezze frasi, di cui si intuisce la parte mancante; una drammaturgia geniale: in quasi un’ora e mezza riescono a non dire nulla di completo, eppure tutto è chiarissimo. È inverno anche sulle loro effettive capacità, perché lo spettacolo sembra un’esposizione di impotenza, non solo e non tanto sessuale: nessuno dei due è in grado di combinare nulla se non sotto forma di abbozzo, di tentativo, pure sincero. È inverno anche sulle effettive identità: fantasmi (sdraiati i due sembrano morti, circondati da specchi che sembrano lumini)? Lui come l’incarnazione dei desideri di lei? Lei come l’incarnazione delle tentazioni di lui? I due ci sono o ci fanno? Prima sembra lei che ama di più lui, poi la situazione si ribalta e sembra lui che ama più di lei. C’è molto Strinberg, molto teatro dell’assurdo. Inverno del nostro scontento che non si fa primavera? Forse, ma senza dubbio si fa poesia, amara forse, disperata a tratti, ma pura: struggente lo squillo del telefono che suona senza che nessuno risponda, tenero il leccalecca lasciato sulla panchina del cimitero che parla più di tante parole. Il bello è che l’anonimato dei personaggi consente allo spettacolo una sua universalità, parlando comunque ad ognuno di noi, al singolo e alla coppia, al singolo nella coppia e alla coppia fatta di individualità. Ed è forse questa la sua arma più (con)vincente. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA