Bossi ha intuito prima di altri il crollo del sistema

Lodi

Pierluigi Bersani, per una volta fuor di metafora, lo ha definito «l’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla fine quello a cui ho voluto più bene».

Da giovedì sera, da quando si è diffusa la notizia della morte a 84 anni, a Varese, di Umberto Bossi, è tutto un florilegio di ricordi, amplificati dai social - il cui linguaggio fatto di immediatezza e ammettiamolo, pure, ruvidezza, l’Umberto aveva “scaraventato” nella palude di una politica immobile già alla metà degli anni Ottanta, molto prima della nascita di Facebook. Eravamo sul finire della Prima Repubblica, alla vigilia di Mani Pulite, qualche minuto prima di uno tsunami che avrebbe cambiato per sempre il Paese.

Resta da capire se Bossi sia stato realmente artefice del cambiamento o lo abbia semplicemente colto prima di altri, avvertendo gli scricchiolii della Prima Repubblica quando ancora parte dei suoi storici protagonisti ballava sul Titanic senza accorgersi di nulla. Personalmente propendo, timidamente, per la seconda chiave di lettura.

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