Bossi ha intuito prima di altri il crollo del sistema

Lettura 2 min.

Lodi

Pierluigi Bersani, per una volta fuor di metafora, lo ha definito «l’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla fine quello a cui ho voluto più bene».

Da giovedì sera, da quando si è diffusa la notizia della morte a 84 anni, a Varese, di Umberto Bossi, è tutto un florilegio di ricordi, amplificati dai social - il cui linguaggio fatto di immediatezza e ammettiamolo, pure, ruvidezza, l’Umberto aveva “scaraventato” nella palude di una politica immobile già alla metà degli anni Ottanta, molto prima della nascita di Facebook. Eravamo sul finire della Prima Repubblica, alla vigilia di Mani Pulite, qualche minuto prima di uno tsunami che avrebbe cambiato per sempre il Paese.

Resta da capire se Bossi sia stato realmente artefice del cambiamento o lo abbia semplicemente colto prima di altri, avvertendo gli scricchiolii della Prima Repubblica quando ancora parte dei suoi storici protagonisti ballava sul Titanic senza accorgersi di nulla. Personalmente propendo, timidamente, per la seconda chiave di lettura.

Bossi, caratteraccio e mente vivace (si iscrisse a Medicina a Pavia, negli anni Sessanta ci provò anche con la musica ma senza grande fortuna) fu tra i primi nel profondo Nord a comprendere che qualcosa stava cambiando, a intuire che se fosse riuscito a mettere insieme le tante tessere del mosaico federalista (dalla Liga Veneta alla Lega Lombarda) avrebbe dato vita a un movimento in grado di intercettare il consenso degli scontenti che non si ritrovavano più nei partiti vecchia maniera, a cominciare da quella Democrazia cristiana che nelle regioni bianche l’aveva sempre fatta da padrone e che, dal Veneto alle valli bergamasche, vide evaporare milioni di voti in favore del Carroccio, quasi senza avere il tempo di rendersene conto.

In queste ore lo hanno definito il politico delle Partite Iva, un giudizio che tuttavia limita la portata del progetto Lega Nord, che per anni ha parlato non solo alle micro e piccole imprese, ma al mondo dei lavoratori dipendenti, degli operai, dei professionisti.

Con il tempo il movimento è diventato partito. E attorno sono fiorite iniziative di vario genere, una piccola banca (poi comprata da Gianpiero Fiorani), un sindacato, un giornale - e fin qui le cose serie, sebbene con finali non proprio felici - e perfino un concorso di bellezza, Miss Padania. A questo aggiungiamoci il folclore, che veniva stigmatizzato dagli avversari e talvolta ridicolizzato con un malcelato senso di superiorità, ma serviva a forgiare l’identità e fidelizzare l’elettorato. Come altro spiegare la “cerimonia” con l’acqua del Po?

Poco alla volta il progetto delle origini ha preso concretezza, tanto da fare della Lega, oggi, il più antico partito presente in Parlamento. Strano destino per un movimento antisistema.

Certo, dalla creatura iniziale di Bossi al partito attuale di Salvini la distanza è abissale. Perché nel corso degli anni, soprattutto a livello nazionale, la Lega ha abbandonato il proprio progetto (e ha pure lasciato per strada la parola Nord nel simbolo) e al di là di qualche pronunciamento di facciata - non saprei definirlo altrimenti - ha riposto nel cassetto parole e concetti come “autonomia” e “federalismo” (per non parlare dello slogan “Roma ladrona la Lega non perdona”). Si è messa perfino a dialogare con l’estrema destra di Casapound, laddove Bossi si professava antifascista (non si è mai fidato fino in fondo dell’ex missino Fini, sebbene ne fosse alleato), e ha imbarcato un ex generale dell’esercito, perfetto esempio del centralismo romano.

Bossi - tra gli altri - ha vissuto l’evoluzione della politica e del suo linguaggio, ha assistito al riassetto degli equilibri tra i partiti, ne ha visti alcuni nascere e altri implodere. È stato uno dei protagonisti della brusca transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, è passato dai comizi su un palco improvvisato davanti a un pubblico sparuto agli “incontri del caminetto” con Silvio Berlusconi. La sua creatura, pur mutando pelle, ha attraversato gli ultimi quarant’anni della storia del Paese, anche se l’Umberto dall’epoca della sua malattia, a metà degli anni Duemila, e degli scandali, che pure lo hanno colpito a livello familiare, è stato sempre più in disparte.

Resta da capire se Bossi sia stato realmente artefice del cambiamento o lo abbia semplicemente colto prima di altri, avvertendo gli scricchiolii della Prima Repubblica quando ancora parte dei suoi storici protagonisti ballava sul Titanic senza accorgersi di nulla. Personalmente propendo, timidamente, per la seconda chiave di lettura.

© RIPRODUZIONE RISERVATA