Il bagliore notturno del fuoco che ardeva ad Auschwitz

27 gennaio Giorno della memoria

Lodi

Da questa settimana inizia la collaborazione con «il Cittadino» Matteo Simighini, laureato in Scienze Storiche all’Università Statale degli Studi di Milano.

Il 20 gennaio 1942 a Grosser Wannsee, nei pressi di Berlino, vennero concordati i punti di fondo della «soluzione finale» per il «problema ebraico». In altre parole, la sistematica cancellazione dell’intera «razza» ebraica.

A seguito dell’attuazione di questa operazione furono messi a punto i campi di sterminio, dove entrarono in funzione le camere a gas, dispositivi di morte in grado di eliminare centinaia o migliaia di vittime alla volta: un autentico salto di qualità nella strategia di eliminazione del Reich.Prima di allora funzionavano a pieno regime i campi di concentramento, evoluzione dei più ancestrali «campi di custodia», in cui già dall’inizio del 1933 Hitler fece internare molti oppositori del regime (26 mila nel luglio dello stesso anno). Moltissimi prigionieri che sopravvissero alle camere a gas morirono di malnutrizione, per le torture o per la mancanza di ogni precauzione igienico-sanitaria. Altri ancora vennero utilizzati come cavie umane per una serie di drammatici esperimenti pseudoscientifici. Un calcolo preciso del numero delle vittime dei campi di sterminio non è possibile, ma secondo le valutazioni più attendibili si aggira attorno ai dieci milioni.

Oggi, il 27 gennaio, è l’ottantesimo anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau da parte delle truppe dell’Armata Rossa.

Ogni anno diminuiscono i testimoni oculari del genocidio nazi-fascista. Spetta dunque ad ognuno di noi mantenerne viva la memoria, attraverso la voce, sempre viva, di chi ha vissuto in prima persona l’orrore.

Tra i testimoni del massacro vi fu Louise Jacobson, una liceale francese, deportata e uccisa ad Auschwitz nel mese di maggio del 1944. Nelle delicate lettere che indirizzò alla sorella Nadia fino all’ultimo ella fa fatica ad ammettere la plausibilità di un tale scenario:« Per un pezzo ci è stato impossibile ammettere una realtà tanto triste, anche se ogni notte il fuoco che ardeva nei camini investiva dei suoi bagliori tutto il campo. Per settimane abbiamo cercato di informarci dei nostri amici, delle persone conosciute durante il viaggio. Abbiamo voluto convincerci che si trovavano in un campo vicino, a cento metri da noi. Anche se non siamo mai riusciti a sapere chi fosse effettivamente rinchiuso laggiù».

La speranza di Louise, un sentimento così umano e al contempo così umanizzante, non si placa e resiste dinnanzi all’abominio.

Restare umani, dunque, giacché, come diceva bene Vasilij Grossman, «quando l’uomo muore passa dal mondo della libertà al regno della schiavitù. La prima a offuscarsi è la coscienza, che poi si spegne del tutto. La coscienza si è spenta e con essa anche il fuoco della libertà».

Mantenere viva la propria coscienza, seppur nelle circostanze più disumanizzanti, è il valore supremo, anche se rimanere ancorati al «mondo della libertà» è estremamente difficile in siffatte condizioni. «Non c’è nulla di più fragile della condizione umana; un piccolo passo, e ci si trova oltre la soglia. Perché questo è un uomo? Perché il campo di concentramento è il luogo in cui non è più possibile essere uomo» (Primo Levi, Se questo è un uomo). Un messaggio, quest’ultimo, estremamente attuale, poiché oggi, nel moltiplicarsi dei conflitti e delle divisioni tra i popoli, appaiono ancora più numerosi i luoghi in cui non è più possibile essere uomo.

Queste sono solo alcune delle inestimabili testimonianze della vita nei campi.

Gli anniversari sono importanti - a patto che non si tramutino in stucchevoli liturgie - perché aiutano a riflettere su ciò che è stato. Coinvolgono la sfera del ricordo e della memoria.

Memoria significa riportare alla mente; ricordo vuol dire ricondurre al cuore. Mente e cuore: la sintesi dell’homo.

Gli anniversari sono importanti: che il 27 gennaio ci consenta di servare memoria e ricordare, con le parole di P. Levi, «che questo è stato: che questo è stato un uomo. Quando parlate di quello che è accaduto, ricordatevi che questo è stato».

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