La capacità di don Marco Sozzi di abitare il mondo

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C’è una presenza che, nella nostra casa, continua a farsi sentire in modo discreto ma ostinato. È una semplice poltrona rossa in pelle, sistemata in salotto. Una di quelle sedute che normalmente restano un po’ ai margini, utilizzate di rado, quasi dimenticate nella quotidianità. Eppure, per noi, quella poltrona non è mai stata un oggetto qualsiasi. Era il posto di don Marco Sozzi. Ogni volta che veniva a trovarci, si sedeva lì. E da quella posizione, apparentemente ordinaria, prendeva forma qualcosa di tutt’altro che banale: iniziava uno scambio fatto di parole, di silenzi, di idee, di racconti, di risate. Era come se, sedendosi, attivasse uno spazio diverso, in cui la vita poteva essere detta, condivisa, riletta. Non erano mai visite formali: erano incontri veri, che lasciavano sempre una traccia. Don Marco ha attraversato i momenti più importanti della nostra storia familiare. C’era all’inizio, quando ho incontrato Simona. C’era nel giorno del nostro matrimonio. C’era quando è nata la nostra prima figlia, e poi con l’arrivo di Daniel. Ha accompagnato il loro battesimo, ha seguito da vicino le tappe della loro crescita. In qualche modo, è stato parte integrante del nostro diventare famiglia. Per questo, ricordarlo oggi, a dieci anni dalla sua morte, ha qualcosa di strano. È come se il tempo non avesse fatto fino in fondo il suo lavoro. Mi accorgo che faccio fatica a parlarne al passato. Don Marco non è semplicemente una figura che appartiene alla memoria: è una presenza che continua a influenzare il modo in cui guardo le cose, il modo in cui vivo. C’è un tratto della sua personalità che ho imparato a comprendere davvero solo con il passare degli anni: la sua capacità di abitare il mondo. Don Marco non divideva la realtà in compartimenti stagni. Non esisteva, per lui, una frattura netta tra ciò che è sacro e ciò che è profano, tra ciò che è alto e ciò che è basso, tra ciò che è nobile e ciò che è ordinario. La sua fede non era una zona separata dell’esistenza, ma uno spazio accogliente dentro cui tutto poteva trovare posto. Aveva, potremmo dire, un modo profondamente “laico” di vivere la fede. Non nel senso di distaccato, ma nel senso più autentico: una fede capace di stare dentro la vita, senza paura di contaminarsi con essa. La si ritrovava negli ambienti più esplicitamente ecclesiali, certo, ma anche nelle situazioni più quotidiane, nei contesti più comuni, nei luoghi apparentemente meno “religiosi”. E in tutto questo si muoveva con una libertà sorprendente. Don Marco era un uomo innamorato della vita, nella sua concretezza più piena, persino nei suoi aspetti più semplici e materiali. Amava mangiare, viaggiare, incontrare persone. Amava il teatro, il cinema, la musica. Amava leggere. Amava andare in bicicletta. Amava, in una parola, vivere. Sembrava quasi che sentisse come propria vocazione quella di attraversare l’esistenza in tutte le sue forme, senza sottrarsi a nulla. Come se ogni esperienza potesse essere un luogo di senso, un frammento da accogliere, un’occasione per riconoscere qualcosa di più grande. E tuttavia, questa immersione totale nella vita non lo chiudeva mai nell’immediato. C’è una frase che don Marco ha lasciato, e che ricorre con insistenza nei suoi saluti, nei suoi scritti, nelle lettere agli amici: “In alto i cuori”.

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