Le terre rare al centro della guerra in Congo

“Sono da poco iniziati i combattimenti. Le scuole sono chiuse, i negozi anche. E la gente sta cercando di fare provviste ai mercati. Siamo tutti molto preoccupati per quello che può succedere nelle prossime ore”.

Akilimali è un collega congolese, oggi ha 29 anni, quando ci siamo conosciuti era il 2012 e ne aveva 16. Il tempo, carburante della storia, muta gli eventi, sovverte l’ordinario, delinea nuovi spazi e nuove geografie, ovunque, ma non nella Repubblica Democratica del Congo dove tragedie e condanne hanno caratteristiche di eternità.

Nel 2012, quando ci siamo incontrati in Congo, i ribelli filoruandesi M23 e l’esercito regolare congolese FARDC combattevano tra il Parco del Virunga e i vulcani dell’est e la città di Goma era sotto assedio.

Da lì a un mese, il capoluogo del Nord Kivu sarebbe caduto nelle mani della ribellione e alla presa di potere da parte degli insorti sarebbero seguiti stupri e saccheggi, esecuzioni sommarie e torture.

Sono passati 12 anni da quei momenti e oggi, di nuovo, nel 2025, la stessa ribellione, gli M-23, insorti tutsi supportati dal Rwanda, sono di nuovo alle porte della città di Goma. E come allora è l’odio in nome dell’etnicità a far da apripista a soldataglie e milizie che con il supporto di potenze straniere e multinazionali hanno un solo obiettivo: l’accaparramento delle risorse del sottosuolo da garantirsi al ritmo imperituro dei colpi di machete e delle raffiche di kalashnikov. È dal 2021 che la ribellione degli M-23 si è ricostituita e sta maturando nell’est del Congo: il forziere minerario del pianeta.

I rivoluzionari si sono dapprima assicurati il controllo delle frontiere e delle strade, dopo delle miniere e dei principali centri urbani e ora puntano al controllo del Capoluogo. “I soldati delle FARDC (forze armate congolesi) stanno mettendo in sicurezza la città e si sono schierati per proteggerla, ma la paura è enorme. Siamo tutti convinti di una cosa: se prenderanno il controllo di Goma, questa volta sarà per sempre. Imporranno una loro amministrazione, il Nord Kivu diverrà una regione satellite del Ruanda e la balcanizzazione del mio Paese avrà avuto compimento”.

Al momento le strade intorno alla città di Goma sono invase da profughi che trasportano su carriole improvvisate e in borsoni consunti tutto ciò che della loro esistenza sono riusciti a mettere in salvo, secondo l’UNHCR, da gennaio sono più di 270.000 gli sfollati interni, la città di Sake è caduta e adesso il Congo si appresta a vivere la sua ora più buia mentre il segretario dell’ONU Guterres allerta un mondo sempre più sordo sui destini dell’Africa del rischio di una guerra regionale su vasta scala. “Perché di nuovo qui? Perché di nuovo a noi?” chiede Akilimali. E non ci sono risposte, solo silenzio e un senso di rassegnazione pensate come un senso di colpa.

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