L’inferno in terra a Rogoredo, non si può più aspettare

Il commento Se serve, si usi l’esercito, ma si agisca. In fretta

Lodi

Lunedì mattina. Ore 9.30. Il treno suburbano partito da Lodi supera la grande spianata ancora recintata che avrebbe dovuto ospitare lo stadio del Milan, nell’area San Francesco, a San Donato Milanese. È l’ultima frontiera della “provincia” prima di arrivare nella ricca Milano, direzione stazione di Rogoredo. Il convoglio rallenta, complice probabilmente un sovraffollamento sulla linea, e per raggiungere lo scalo meneghino sembra metterci un tempo interminabile. È proprio a causa di questo “disguido” che davanti ai viaggiatori, fuori dai finestrini, appare l’inferno in terra. Tende Decatlhon lungo i binari, esposte al passaggio dei convogli o nascoste tra gli arbusti, discariche a cielo aperto, catapecchie di fortuna tirate su con cartoni e assi di legno. Biciclette ammucchiate.Resti di falò.

E decine di persone, a gruppetti o isolati, con il cappuccio della felpa tirato sulla testa, jeans luridi e scarponi ai piedi. Qualcuno è accovacciato su sè stesso. Qualcun altro è seduto a terra, intento a trafficare con le mani, tenute a scodella. Accanto bottigliette d’acqua e pezzi di carta stagnola. C’è chi cammina solitario, a capo chino, reggendosi a malapena in piedi.

Sono le 9.30 di lunedì mattina e siamo a pochi chilometri dal centro di Milano. Il treno avanza a passo d’uomo, lasciando che davanti ai finestrini dei passeggeri scorra il desolante spettacolo del “boschetto” di Rogoredo, con i suoi tossicodipendenti, persone che sembrano fantasmi, collocate letteralmente ai margini della società, buttati in terra come fossero un rifiuto, lungo i binari. Un vero dramma sociale che segna la sconfitta della nostra società, la società dei consumi che genera “scarti”, come già aveva denunciato Papa Francesco.

Arriviamo a Rogoredo. In stazione quattro militari e un gran via vai di persone. Spunta, qua e là, qualche ragazzo ciondolante che allunga la mano. Una volta ottenuti pochi spiccioli si incamminerà lungo la via della droga, la strada che si perde nei campi e corre lungo la ferrovia: il “boschetto”.

Lunedì pomeriggio. Stazione di Rogoredo. Ore 13. Nel bar affollato di persone intente a consumare un pranzo frugale o in attesa di bere un caffè entrano uno dopo l’altro due ragazzi, sguardo vitreo, barba sfatta, unghie nere di chi ha passato tante notti all’aperto, i pantaloni sgualciti e le scarpe sporche di fango. Vengono da Rogoredo. Allungano le mani senza convinzione, nella speranza di ricavare qualche monetina. Non ti guardano nemmeno in faccia. Non hanno fortuna. Una donna, impietosita, regala a uno dei due un pezzo di pizza. La commessa gliela porge frettolosamente. Anche per chi lavora tutti i giorni alla frontiera, non deve essere facile.

Lo conferma una barista alla guardia giurata che entrerà di lì a poco e che la invita a segnalare gli episodi di pericolo alle forze dell’ordine, soprattutto quando i “ragazzi” sono agitati. «Lo facciamo, ma tornano, non serve a niente», la risposta, alzando gli occhi al cielo. «Si però se avete paura chiamate», replica la guardia, basco in testa, anfibi, pistola allacciata al cinturone. Nel bar tante donne al lavoro: è normale avere timore.

Dopo qualche anno di presunta, apparente “tranquillità”, il dramma della droga è tornato prepotentemente a Rogoredo. E si sta spostando sempre più verso Sud, verso San Donato Milanese, San Giuliano Milanese, Melegnano, finanche Lodi, e lo sanno bene i pendolari che viaggiano tutti i giorni in treno.

Al di là del problema sociale, enorme, vien da chiedersi per quanto ancora le autorità di Milano e della Regione, ma anche i sindaci, tollereranno una situazione non più sostenibile. Chi prende un treno, chi scende in una stazione, chi viaggia in metropolitana, paga un biglietto e ha il sacrosanto diritto a viaggiare in sicurezza. Invece il mercato della droga a cielo aperto - uno dei più grandi d’Europa - rappresenta una minaccia perché attira la criminalità. Sui treni, in metrò, non ci sono solo uomini adulti che possono, forse, tentare di difendersi. Ci sono tante donne, che si muovono per lavoro. E ci sono i ragazzini che vanno a scuola. Esposti quotidianamente al periclo. Se serve, si usi l’esercito, ma si agisca. In fretta.

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