Quando i politici imbarazzano il Paese

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Lodi

La politica nazionale negli ultimi giorni ci ha regalato un parlamentare che in aula mostra il cappio (non accadeva dal 1993 e ne avremmo volentieri fatto a meno), una collega che dall’emiciclo ha dichiarato che Delmastro faceva affari con la camorra (come se il deputato fosse stato condannato) e un importante esponente del principale partito di governo che ha affermato candidamente come un ex presidente della Repubblica abbia liberato trecento mafiosi al 41 bis.

Sarebbe stato semplicemente imbarazzante se questi gesti o queste affermazioni fossero stati fatti in un bar. Sarebbe stato gravissimo se il bar fosse stata la buvette della Camera o del Senato. Accogliamo con disarmante disillusione - ormai certi che vedremo anche di peggio da qui al voto - il fatto che il teatro di tutto ciò sia stato il Parlamento. Ma forse, non dovremmo nemmeno troppo meravigliarci, perché i politici che mandiamo a Roma - eccezion fatta per una quota decisamente “onorevole” - sono lo specchio di questo sgangherato Paese. E quel che dicono in aula lo scrivono - facendo anche di peggio - sui loro social network, senza ricordarsi del ruolo istituzionale che ricoprono.

Un male, quello del Facebook selvaggio, che sta colpendo purtroppo anche la politica locale. Sono sempre di più gli eletti che si affidano ai social per commentare, attaccare, replicare, talvolta sopra le righe, dimenticandosi dell’incarico pro tempore che rivestono, dell’istituzione che rappresentano, che imporrebbe sobrietà e senso di responsabilità.

E così, in una deriva che tocchiamo con mano, si sta scambiando l’informazione con la propaganda e sempre più cittadini-elettori sono convinti che un video di pochi minuti, senza contraddittorio, praticamente un “monologo a reti unificate” del politico di turno, possa essere sufficiente ad adempiere al diritto-dovere di informarsi e rappresenti sempre e comunque la verità dei fatti.

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