Suicidi tra gli adolescenti, cosa possono fare gli adulti?

Lodi

“Che bell’età!”. A molti di noi è capitato qualche volta di pronunciare questa frase, o anche solo di pensarla, mentre guardiamo sciami di adolescenti ridenti e vocianti. Il pensiero generalmente è mescolato a una nota di nostalgia per la nostra età che fu, accompagnata anche da un retrogusto di invidia nei confronti di un’età su cui si appiccicano spesso frettolosi post-it di spensieratezza, libertà a manciate e tanto tempo davanti a sé per inventare la vita.Spesso riandiamo alle nostre speranze di allora, che ora derubrichiamo come “sogni giovanili”: per mitigare il dolore del loro svaporare in orizzonti che non sentiamo più per noi? E ci corazziamo nel nostro “pragmatismo”, termine dietro cui spesso mascheriamo l’amaro del non essere riusciti a far nascere nemmeno un pezzettino di ciò che ritenevamo bello ed importante per dare sapore alla vita. È spesso con questi pensieri inconsci che guardiamo appunto agli adolescenti, arrabbiandoci anche quando vediamo che sembrano non dare importanza a quel tesoro prezioso di tempo, energie, vitalità e sogni ancora tutti impacchettati che sono la nostra invidia. Eppure i dati sfatano questo mito che pervicacemente ci ostiniamo a ripetere.

La parola suicidio, che quasi ci fa paura pronunciare tanto ci destabilizza, è in realtà la seconda causa di morte in Europa nei ragazzi tra i 15 ed i 19 anni, dopo gli incidenti d’auto. Questo è il dato crudo che emerge nel rapporto Unicef (2021), intitolato significativamente “On my mind”. Cosa c’è infatti nella mente e nella vita di troppi adolescenti che si suicidano? Dietro questi numeri ci sono Luca, Alessia… i nostri figli, nipoti, studenti.

“Che bell’età”: la nostra etichetta spiccia rivela allora tutta la sua inconsistenza, lasciandoci con l’angoscia di non riuscire a capire cosa c’è che non va, perché “hanno tutto”! Che manchi loro invece proprio l’essenziale? I nostri tentativi di interpretazione si arrestano quindi in genere sulla soglia di ciò che noi riusciamo ad accogliere del loro funzionamento mentale, così che in genere le nostre analisi ricalcano questi cliché: “pensano di poter fare tutto, “non conoscono le conseguenze dei rischi”, “non apprezzano la vita” … In realtà, ci dice lo psicoterapeuta Matteo Lancini, il senso di onnipotenza termina con l’infanzia, mentre è proprio l’adolescenza l’età in cui si prende coscienza di uno dei limiti ineluttabili della vita, cioè che si muore. Spesso i ragazzi conoscono molto bene anche le conseguenze dei rischi a cui si espongono quindi, pur essendo di capitale importanza le campagne di informazione, è evidente che da sole non bastano affatto.

E se non apprezzano la vita e la mettono a forte rischio fino al punto di togliersela, forse non è perché, tutto sommato, pensano di non aver molto da perdere? Allora - suggerisce il dottor Lancini - le ragioni profonde di questi drammatici comportamenti sono da ricercare in un’assenza di prospettiva di vita. E questo ci interpella profondamente, non solo sul versante del mondo che stiamo lasciando ai nostri ragazzi, ma anche riguardo la nostra capacità di accompagnarli fin dove possibile nei meandri, a volte insostenibili, del dolore presente nella mente di molti giovani.

Soffrono i nostri ragazzi. Per un senso di inadeguatezza e di fallimento: spesso non riescono ad essere abbastanza performanti nei confronti delle alte attese, spesso confuse, dei loro genitori. Soffrono perché sanno di non dover creare altri problemi agli adulti che spesso sono più fragili di loro. Così, a volte, decidono di togliere il disturbo.

Spetta a noi adulti il compito di afferrarli, per trattenerli sulla soglia dell’abisso del loro dolore mentale con il filo d’oro della speranza. Sedendoci con loro su questa soglia anche se ci sentiamo impotenti e a volte colpevoli. Dobbiamo avventurarci con loro in queste sabbie mobili “promuovendo occasioni di elaborazioni di tematiche drammatiche e difficili anche da pensare”, presenti però nella mente di molti giovani. Dobbiamo ricucire l’orizzonte strappato della speranza. Questo è possibile se anche noi non abbiamo svenduto questo filo d’oro per acquistare a caro prezzo semplicemente quello inservibile dell’ottimismo di facciata. Ma non tiene! E le sabbie mobili ci inghiottono tutti. “On my mind”: cosa c’è anche nella nostra d’una testa?

*Docente

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