GUERRA A GAZA «La soluzione è politica: dare ai Palestinesi ciò che gli spetta»
La lettera sul conflitto arabo-Israeliano dello storico lodigiano Ercole Ongaro
Il 4 settembre 1997 un giovane palestinese compì a Gerusalemme un attentato suicida causando la morte di otto israeliani, tra i quali un’adolescente di 13 anni, Smadar Elhanan, figlia di Nurit Peled, docente universitaria. La madre Nurit dichiarò: “Da trent’anni Israele ha condotto una politica disastrosa per noi, come per i vicini: noi abbiamo occupato vasti territori, umiliato e depredato uomini e donne, distrutto case e culture. E, per forza di cose, la risposta [terrorista] è arrivata. Non si può uccidere, affamare, rinchiudere in ghetti e umiliare tutto un popolo senza che un giorno questo popolo esploda. È la lezione della storia. Ma Netanyahu non sa cos’è la storia” (“Le monde diplomatique”, ottobre 1997).
L’incursione folle e stragista dei guerriglieri di Hamas in territorio israeliano, che il 7 ottobre scorso ha seminato un migliaio di morti, catturato centinaia di ostaggi e distrutto strutture dei kibbutz vicini alla Striscia di Gaza, si inserisce nella scia di violenza che ha insanguinato la terra di Palestina già prima della nascita dello Stato di Israele (1948). L’errore storico dei palestinesi di non aver dato vita simultaneamente a uno Stato di Palestina sulle terre assegnate dalla Risoluzione ONU n. 181 e la successiva sconfitta militare si sono trasformati in una “catastrofe” per i palestinesi. A conclusione della prima guerra arabo-israeliana (1947-49) lo Stato di Israele dal 55% di territorio assegnatogli dall’ONU passò a occuparne il 78% ed espulse con la forza circa 800.000 palestinesi, distruggendone i villaggi e praticando una violenta pulizia etnica, come dimostrato dagli storici palestinesi e successivamente anche dai “nuovi storici” israeliani.
Con la vittoriosa “guerra dei sei giorni” del giugno 1967 Israele conquistò il restante 22% del territorio. E poi, anziché restituire i territori illegalmente conquistati, iniziò una metodica politica di insediamenti di colonie sui Territori occupati e di repressione per controllare la popolazione palestinese e impedire anche in futuro la formazione dello Stato di Palestina. Da 76 anni quindi Israele conduce un’occupazione illegale che calpesta il diritto dei palestinesi ad avere il proprio Stato. La dura occupazione militare israeliana ha finito con il creare un regime che nel 2022 la Commissione dell’ONU sul rispetto dei diritti umani nei Territori occupati ha definito “fortemente discriminatorio, classificabile come apartheid”. Discriminazione denunciata già nel 2007 dall’ex presidente USA, Jimmy Carter, nel libro “Palestine. Peace not apartheid”.
A distanza di 26 anni dall’uccisione della tredicenne Smadar Elhanan nulla è cambiato, se non in peggio, per i palestinesi. Del resto alla guida di Israele è ancora Netanyahu, con accanto due ministri di estrema destra, Ben Gvir e Smotrich, che persistono nel pensare che la soluzione della questione israelo-palestinese sia il “transfer”/deportazione dei palestinesi in Paesi limitrofi, ossia uno Stato di Israele (dal Mediterraneo al fiume Giordano) senza più palestinesi.
Il pacifista israeliano Uri Avneri nel 2000 onestamente riconosceva: “Noi siamo nel territorio dei palestinesi, non loro nel nostro. Noi ci siamo stabiliti sulla loro terra, non loro nella nostra. Noi siamo gli occupanti, loro le vittime” (“Il Manifesto”, 27 ottobre 2000, p. 2).
Molti si sono stupiti in questi giorni per la inefficienza del Servizio segreto israeliano (Shin Bet), che non ha saputo prevedere l’assalto di Hamas. Ma ci si dimentica che i servizi segreti attuano perlopiù le direttive dei governi e che il governo israeliano ha sempre posto tutte le sue attenzioni sulla colonizzazione della Cisgiordania, sul sostegno alle violenze dei coloni. Un governo la cui linea intransigente è riportare la pace in Medio Oriente senza coinvolgere i palestinesi. Ma l’assalto omicida di Hamas afferma perentoriamente che il conflitto da risolvere è quello con i palestinesi, non con alcuni Stati arabi che non avevano relazioni diplomatiche con Israele.
Il conflitto israelo-palestinese non è stato finora risolto perché si è rimasti all’interno della logica dominante del Novecento: la (vittoria in) guerra come soluzione dei conflitti, la rivoluzione armata come strumento del cambiamento sociale e della nascita di una nuova società. Sogni di cambiamento falliti o degenerati più o meno rapidamente nelle varie realtà statuali. La soluzione del conflitto è politica: dare ai palestinesi ciò che gli spetta, i Territori occupati da Israele con la guerra. Non c’è un popolo di troppo tra il Mediterraneo e il Giordano, ma uno Stato di meno, che è urgente giustizia far nascere. Bisogna uscire dal Novecento, osare pensieri nuovi: riconoscere l’altro (il nemico), le sue ragioni, i suoi diritti; riconoscere il dolore dell’altro; aprire una trattativa con il nemico (se non tratti con il nemico, con chi pensi di trattare?); praticare sempre la nonviolenza. Ma innanzitutto rinunciare alla vendetta, alla rappresaglia, perché - insegnava Gandhi - “occhio per occhio… e il mondo diventa cieco”.
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