REFERENDUM «Il caso Enzo Tortora è il simbolo dei rischi da riconoscere e affrontare»

La lettera di Marco Riccaboni

Gentile Direttore,

ho letto con attenzione la lettera con cui il segretario provinciale del Partito Democratico Andrea Ferrari invita i cittadini a votare NO al referendum sulla riforma della giustizia. Poiché nella sua riflessione si richiama la difesa della democrazia e della Costituzione, credo possa essere utile offrire ai lettori anche qualche argomento a favore del SÌ.

Tra le critiche sollevate vi è quella relativa al sorteggio per la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura, quasi che esso rischi di consegnare un organo costituzionale a persone prive di competenza. In realtà il sorteggio avverrebbe tra magistrati, cioè tra professionisti che ogni giorno esercitano funzioni di grande responsabilità e decidono su questioni che incidono direttamente sulla libertà personale dei cittadini. Se sono ritenuti idonei a svolgere compiti così delicati, appare ragionevole ritenere che possano essere chiamati anche a partecipare all’organo di autogoverno della magistratura.

Il nodo più discusso resta però quello della terzietà del giudice. In uno Stato liberale chi giudica dovrebbe essere percepito come chiaramente distinto da chi accusa. Quando pubblico ministero e giudice appartengono allo stesso ordine e condividono percorsi di carriera e formazione professionale, una parte dell’opinione pubblica può avvertire l’impressione che accusa e giudizio appartengano, almeno in parte, allo stesso circuito istituzionale. La separazione delle carriere viene proposta proprio con l’obiettivo di rafforzare la fiducia dei cittadini nell’equilibrio del sistema.

Nel dibattito su questi temi torna spesso alla memoria il caso di Enzo Tortora, una delle vicende più dolorose della nostra storia giudiziaria recente. Arrestato sotto i riflettori mediatici e poi assolto con formula piena dopo un lungo percorso processuale, Tortora divenne simbolo dei rischi che ogni sistema giudiziario deve saper riconoscere e affrontare. Anche per questo molti cittadini ritengono legittimo interrogarsi su riforme che possano rafforzare l’equilibrio e la responsabilità complessiva del sistema.

Colpisce poi il richiamo, nella lettera, alla memoria di magistrati come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livatino e Rocco Chinnici, figure che appartengono al patrimonio civile dell’intero Paese. Proprio la vicenda di Giovanni Falcone ricorda quanto il confronto interno alla magistratura possa essere stato, in alcune fasi storiche, anche molto duro e complesso. Lo stesso Falcone rifletté più volte sull’organizzazione della magistratura e sul rapporto tra pubblico ministero e giudice.

Infine, nel dibattito pubblico può essere utile ricordare la natura stessa di una legge costituzionale. Una riforma della Costituzione stabilisce infatti principi e architettura generale dell’ordinamento, mentre gli aspetti più specifici vengono normalmente disciplinati successivamente dal Parlamento attraverso la legislazione ordinaria.

La nostra Costituzione afferma un principio semplice e fondamentale: i magistrati sono soggetti soltanto alla legge. Proprio con l’obiettivo di rafforzare questo principio e consolidare la fiducia dei cittadini nell’equilibrio della giustizia, molti ritengono oggi opportuno compiere il passo della separazione delle carriere.

Per queste ragioni il 22 e 23 marzo voterò convintamente SÌ.

Cordiali saluti

Marco Riccaboni

Lodi

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