Cinquant’anni fa il terremoto devastò il Friuli, la grande risposta del popolo lodigiano
LA TRAGEDIA Il 6 maggio 1976, poco dopo le 21, la terra tremò. L’11 settembre tremò di nuovo. Domenica una delegazione tornerà a Billerio
Lettura 3 min.Il 6 maggio 1976, poco dopo le 21, un forte terremoto si abbatté sul Friuli, distruggendo interi centri abitati. L’11 settembre la terra tremò di nuovo. L’area colpita si estendeva su 5.500 chilometri quadrati, in cui risiedevano 600mila abitanti; i morti furono 990, gli sfollati più di 100.000, le case distrutte 18.000, quelle danneggiate 75.000. Furono 45 i Comuni rasi al suolo, 40 quelli stravolti e 52 i danneggiati, tutti fra Udine e Pordenone, e tre in provincia di Gorizia.
Don Peppino Barbesta, parroco di Secugnago e prete aperto ai problemi del mondo del lavoro, poche settimane addietro con alcuni giovani operai aveva costituito i Lavoratori Credenti. Il gruppo si stava allargando, catalizzando l’attenzione di persone di tutte le età. Pensò che una mobilitazione concreta a favore delle comunità colpite dal terremoto avrebbe costituito un banco di prova per i Lavoratori Credenti e riuscì a battere tutti sul tempo.
«Quando il Friuli fu colpito dal terremoto - raccontò don Barbesta - capimmo che c’era bisogno anche di noi, andammo in tipografia a far stampare i manifesti, e il pomeriggio dello stesso giorno li distribuimmo nelle parrocchie della zona. Il prevosto di Casalpusterlengo don Enrico Orsini sposò subito la nostra causa. Chiedevamo aiuti in generi di prima necessità, assicurando che ci saremmo recati di persona a consegnarli sul posto. Dal sabato mattina al lunedì sera raccogliemmo tanto materiale da non sapere dove depositarlo. Allora spostammo le panche della chiesa di Secugnago e riempimmo la navata centrale».
Cinque giorni dopo il terremoto una lunga autocolonna lasciò Secugnago e si diresse verso il Friuli, arrivando a Osoppo e a Gemona. Camion e furgoni erano stracolmi di coperte, materassi, generi alimentari, medicinali. C’era anche don Barbesta, che portava con sé una significativa somma di denaro, raccolta nelle nove parrocchie del vicariato, che si rivelò preziosa per i casi di particolare gravità.
Giunti sul posto non si limitarono a scaricare il materiale raccolto. Formarono squadre che smuovevano travi, caricavano macerie, recuperavano il salvabile. Portarono in salvo i mobili del municipio di Gemona; recuperarono i documenti della Procura e del Tribunale, si occuparono di scavi alla tendopoli di Trasaghis, innalzarono prefabbricati per la rivendita di generi di prima necessità. Le ragazze riordinavano e distribuivano vestiti e coperte. A Osoppo e Gemona piantarono baracche e casette.
L’entusiasmo fu contagioso, anche la Caritas lodigiana scese in campo. Nel giro di poche settimane furono organizzati campi di lavoro a Trasaghis e a Gemona. In luglio e agosto volontari di tutte le età, provenienti dall’intero Lodigiano, si avvicendarono nelle località colpite dal sisma.
La diocesi di Lodi si gemellò con Billerio, una frazione di Magnano in Riviera pesantemente colpita dal terremoto. I volontari parteciparono allo sgombero e alla riattivazione delle strade, al rifacimento della rete elettrica, idrica e telefonica, al ritocco delle infrastrutture dove le case erano ancora abitabili. I tecnici del gruppo provvidero ai sopralluoghi in ogni casa disastrata per valutarne la possibile abitabilità e alle riparazioni. In mezzo a quei giovani, molti dei quali provenienti dagli oratori, ma di estrazione sociale e politica differente, spesso faceva la comparsa don Barbesta, che armato di badile si mischiava a chi era intento a sgomberare le macerie. Poi, circondato dai volontari seduti per terra, celebrava la messa su un tavolo improvvisato.
A Billerio il punto di riferimento era il parroco don Egidio Del Pino. Un prete magro, dai capelli bianchi, con i suoi 69 anni ben portati. Gli pesavano di più le 30 famiglie che vivevano nelle tende che la bella chiesa terremotata, della quale sperava di salvare almeno la navata centrale, o la canonica devastata dalle scosse. La voglia di mettersi al servizio delle famiglie più bisognose dimostrata dai giovani volontari colpì il sacerdote. La stima che scaturì verso don Barbesta si trasformò in amicizia e si estese ai suoi più stretti collaboratori. Tra la gente di Billerio e molti di coloro che prendevano parte ai campi di lavoro andò instaurandosi un legame che si fece duraturo e proseguì negli anni successivi, anche quando tutto era stato ormai ricostruito.
Il vescovo di Lodi, Giulio Oggioni, accompagnato da don Barbesta visitò Gemona e Billerio. I campi di lavoro vennero rilanciati per l’anno successivo. I cento volontari del 1976 divennero 190 nel 1978. L’anno successivo il nuovo vescovo di Lodi, Paolo Magnani, raggiunse Billerio con una somma ingente raccolta in diocesi: 56 milioni di lire, che furono destinati alla realizzazione di un centro sociale prefabbricato, costituito da un locale capiente da utilizzare per le celebrazioni religiose e, all’occorrenza, come sala destinata alle affollate assemblee, unitamente a vari locali per le associazioni di Billerio, per gli incontri formativi e i momenti ricreativi.
I campi di lavoro proseguirono di anno in anno, ogni volta con 120 volontari. Si conclusero nel 1984, ma il legame tra Billerio e il Lodigiano non è mai venuto meno, con visite vicendevoli. La stima si trasformò in amicizia. Il gemellaggio è proseguito negli anni, con don Egidio Del Pino e don Pepp–ino Barbesta diventati punto di riferimento di un legame rimasto solido, anche dopo la scomparsa dei due sacerdoti.
Anche per questo una delegazione di Lavoratori Credenti, ricordando don Barbesta e don Del Pino, e tutti coloro che in Friuli hanno lavorato, domenica 3 maggio tornerà a Billerio, per ricordare i cinquant’anni trascorsi dal terremoto.
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