LODI Nella “città” dei senza dimora: il passaggio pedonale sotto il ponte ospita ancora decine di persone che vivono di espedienti
Nell’accampamento ricavato nel tunnel del viadotto dormono su giacigli di fortuna, si scaldano e cucinano bruciando la legna
«I poveri li avrete sempre con voi» è una verità antica come il Vangelo, è una triste realtà anche in una ricca città di provincia lombarda come Lodi, nonostante tutto l’impegno messo in campo da istituzioni, enti, associazioni e volontari.
Sembra di ripetersi, purtroppo, sembra di consumare carta su carta, pagine su pagine per raccontare problemi che non si riescono a superare, nonostante i grandi proclami, e che ormai è quasi ridicolo chiamare “emergenza”, perché sono lo specchio di una situazione che non accenna a cambiare.
Dove
È la realtà che si spalanca davanti agli occhi di chi si ritrova a passare sotto il ponte della tangenziale, il solito ponte della tangenziale, dove ancora oggi vivono almeno una cinquantina di persone senza dimora.
Settimana scorsa, quando il battello per la navigazione fluviale si è incagliato sotto i piloni del ponte, le immagini mostravano chiaramente che il problema più drammatico non era la barca, bensì la baraccopoli che resiste sotto il ponte.
Non c’è bisogno di essere degli investigatori per trovarla: runner, persone a passeggio con il cane, canoisti, pescatori vedono ogni giorno ciò che accade: salendo la rampa che porta al passaggio ciclopedonale sotto il ponte della tangenziale ci si trova in questa terra di nessuno.
Cosa
Si entra nel tunnel affacciato sul fiume, e ci si trova in mezzo a giacigli di tutti i tipi: alcuni hanno piccole tende, altri dei semplici materassi buttati a terra, altri ancora dei vecchi divani su cui dormire, avvolti nelle coperte perché, se le temperature di giorno sono ancora molto miti, di sera inizia a fare freschetto lungo il fiume, così i senzatetto accendono dei fuochi per scaldarsi: qua e là si vedono infatti i resti di tronchi bruciati, e ovunque c’è odore di bivacchi. L’organizzazione, a dire il vero, sembra non mancare: qua e là si vedono pentole per cucinare, alternate a sacchi di plastica dove viene raccolta l’immondizia.
E poi ancora panni stesi, mucchi di scarpe, resti di biciclette provenienti da chissà dove, sedie e, qua e là, qualche telo steso per ricavarsi un po’ di privacy o proteggersi dal sole. C’è persino un tappeto per la preghiera islamica, steso a terra, rivolto verso est.
Ci si sente quasi a disagio, passando, quasi come se si stesse invadendo uno spazio privato, e i pochi che continuano a frequentare la zona allungano il passo anche se al mattino non c’è quasi nessuno: soltanto tre o quattro persone dormono nascoste sotto le lenzuola: si vedono le loro sagome, si sente il loro respiro.
Quando
Lo scenografico sgombero avvenuto sotto il ponte nel 2019 non è servito a nulla. Già dall’inverno successivo, la baraccopoli si è riformata ed è di nuovo una realtà, ignorata o tollerata.
Eppure in città i servizi non mancano: la Casa San Giuseppe di Caritas, inaugurata due anni fa, è un luogo di accoglienza importante, che però non si limita a fornire un riparo, bensì sostiene le persone nella ricostruzione della propria vita. Così, molti evidentemente preferiscono restare al di fuori delle maglie dei servizi per continuare a vivere di espedienti e sognando chissà quale futuro.
Quando il sole tramonta e il fiume si accende di scintille dorate, davvero chissà quale futuro sognano queste persone, quale passato ricordano e forse rimpiangono, quale nostalgia li assale e in quale speranza possono rifugiarsi.
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