Degrado e insicurezza, in viaggio con i pendolari tra San Donato e Rogoredo
REPORTAGE Due stazioni “di confine”, dove troppo spesso gli utenti si sentono abbandonati
Lettura 2 min.Alle 7 del mattino la stazione di San Donato sembra una periferia sospesa. I treni cominciano a passare sui binari, ma il sottopasso è ancora vuoto. I primi pendolari arrivano un’ora dopo. Uno dopo l’altro. Studenti con lo zaino, operai, impiegati, ragazzi diretti all’università.
E comincia così il viaggio tra le stazioni di San Donato e Rogoredo, lungo la linea che ogni giorno accompagna migliaia di persone verso Milano. Un viaggio fatto di ritardi, paure, rassegnazione. Ma anche di abitudine. Perché chi prende questi treni ogni mattina conosce il degrado quasi quanto conosce gli orari ferroviari rivisti in base ai ritardi. Dalle 7 alle 10 raccogliamo le voci dei pendolari. Alcuni accettano di dire il nome e il cognome. Altri lasciano soltanto il nome. Tutti però raccontano lo stesso scenario: una stazione isolata, poco vissuta, dove il senso di sicurezza cambia soprattutto quando cala la sera.
«Io non ho mai avuto problemi», racconta Nicola guardando i binari. «Però San Giuliano è più sicura. C’è il bar, c’è la sala d’aspetto, c’è movimento. Qui invece rischi di restare solo». A pochi metri di distanza Vittoria aspetta il treno per Milano. Stringe la borsa al petto e indica il sottopasso: «Il problema è la sera. Quando c’è poca gente. Ti senti isolata». Il tema ritorna quasi in ogni racconto. Angelo Burini accompagna la figlia minorenne fino al binario. Poi torna a prenderla nel pomeriggio. «Io o mia moglie veniamo sempre. Non la lasciamo sola. Ci sono tossicodipendenti che dormono sulle scale. Mancano controlli».
Poco più in là Andrea invita invece a leggere il fenomeno con meno paura: «Secondo me c’è eccessivo allarmismo. Non si può pensare soltanto alla repressione. Serve inclusione. Non bisogna colpevolizzare chi vive qui attorno». Intanto i treni arrivano e ripartono. I monitor lampeggiano ritardi di decine di minuti. I pendolari sbuffano ma quasi non ci fanno più caso. Sui gradini qualcuno attraversa di corsa. E proprio l’attraversamento dei binari resta uno dei problemi più citati. Alfio Catania, assessore comunale di San Giuliano e pendolare verso Milano, conosce bene la situazione: «La stazione è in una situazione precaria. Manca un presidio vero. Si vedono continuamente persone attraversare i binari. E ci sono stati due morti in sette giorni». Anche Gabriele Gigante parla della necessità di controlli: «San Donato non è peggiore di altre stazioni. Però serve vigilanza». Matteo invece vede un miglioramento rispetto agli anni scorsi: «La situazione oggi è meglio di prima. Il problema è che qui la stazione resta fuori dal centro abitato e quindi dà un senso di insicurezza». Per Fabrizio Mauri il confronto con altre realtà è inevitabile. «Io abitavo a Rho. Là c’erano il posto di polizia, il bar, servizi aperti. Qui non c’è nulla. E trovi tossicodipendenti che dormono sulle panchine. Toccherebbe a Rfi intervenire». Gabriel Castro usa parole ancora più nette: «Qui senti abbandono. Siamo fuori dalla città. Di sera un anziano o una ragazza non si sentono sicuri. È tutto deserto».
Da Lodi arriva invece Erminia, pendolare “a fasi alterne” dal 1983. Sorride ricordando «le vecchie carrozze fumatori e gli scompartimenti con i paesaggi d’Italia». Poi torna al presente: «Prendo il 6.58 quando non è in ritardo. I treni non sono neanche i peggiori, ma la stazione è sporca».
A Rogoredo il flusso dei pendolari aumenta ancora. Ma il tema resta sempre lo stesso: sicurezza e degrado. Massimo Baldi, del Comitato pendolari del Sud Milano e del Lodigiano, elenca episodi come fossero fermate di una lunga linea ferroviaria: «Un morto il 13 maggio, uno il 6 maggio, persone sui binari il 28 aprile. E si continua così da mesi». Poi allarga le braccia: «Possibile che nessuno riesca a mettere in sicurezza San Donato? Possibile che agli enti nessuno risponda nemmeno alle segnalazioni del comitato?».
Alle 10 del mattino il grande flusso rallenta. Restano i bicchieri vuoti vicino ai muri, i mozziconi sui binari, il rumore metallico dei regionali che entrano in stazione. E restano soprattutto le parole dei pendolari. Diverse tra loro, a volte opposte. Ma unite dalla stessa sensazione: quella di un confine fragile tra la città e una terra di passaggio dove ogni giorno migliaia di persone transitano veloci, senza mai fermarsi davvero.
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