CALCIO Addio a Bruno Pizzul, garbo e competenza al microfono

Una voce diventata un’icona: ricordiamo il famoso telecronista con l’intervista che ci concesse nel 2018 per la rubrica “Quattro chiacchiere con il Cittadino”

La sua voce è diventata un’icona per generazioni di appassionati di calcio. Bruno Pizzul ha attraversato oltre trent’anni dietro ai microfoni Rai, raccontando i principali avvenimenti legati al pallone e le gesta della Nazionale tra il 1986 e il 2002. Inevitabile che la sua morte, a quasi 87 anni oggi (mercoledì 5 marzo) all’ospedale di Gorizia, lasci un enorme vuoto e generi innumerevoli ricordi e messaggi di cordoglio.
Nato a Udine l’8 marzo 1938, in gioventù alternò studi e attività sportiva: la sua carriera calcistica, iniziata con la squadra parrocchiale della Cormonese, lo portò a giocare anche in club professionistici come Pro Gorizia, Ischia e Catania in Serie B a cavallo tra gli anni ’50 e ‘60. Tenace centromediano, fu costretto a ritirarsi presto per un grave infortunio. Laureatosi in giurisprudenza, nel 1969 fu assunto in Rai dopo aver partecipato al concorso nazionale per radio-telecronisti aperto ai laureati del Friuli. Per la tv di Stato commentò le partite (e le tante vittorie) dei club italiani nelle coppe europee. Nel 1986 fu promosso a telecronista ufficiale dell’Italia, seguita in cinque Mondiali e quattro Europei. La sua ultima telecronaca azzurra risale al 21 agosto 2002 (Italia-Slovenia 0-1). In seguito, nel ruolo di opinionista, partecipò a diversi programmi televisivi come “La domenica sportiva” e “Quelli che il calcio”. Milanese di adozione, era molto legato anche al Lodigiano, tappa fissa per mangiate in compagnia e partite a scopa d’assi.

Riportiamo qui di seguito l’intervista, a cura di Fabio Ravera, che rilasciò al nostro quotidiano nel gennaio 2018, undicesima puntata della fortunata rubrica “Quattro chiacchiere con il Cittadino”.

L’urlo “Campioni del mondo” che ha segnato la carriera di colleghi come Nando Martellini e Marco Civoli gli è sempre rimasto strozzato in gola. Eppure, quasi per sinestesia, il suo timbro caldo e rassicurante viene associato immediatamente alle immagini delle partite della Nazionale di calcio. Perché, per tanti anni, dal 1986 al 2002, Bruno Pizzul è stato il vero e unico “cantore” degli azzurri, la voce narrante che con garbo ha accompagnato milioni di calciofili, tra notti magiche e clamorose disfatte. «È chiaro che mi sarebbe piaciuto esultare in diretta per la vittoria dell’Italia ai Mondiali, ma non è una cosa che non mi fa dormire la notte», racconta al telefono con il solito tono gioviale e l’eloquio elegante. Del resto, in carriera, ha potuto assistere a tanti eventi calcistici leggendari, lui che è diventato «giornalista per caso» e che nella vita aveva tutt’altri programmi. Friulano di origine ma milanese di adozione, Pizzul è molto legato anche al Lodigiano, tappa fissa per mangiate in compagnia e partite a scopa d’assi. «Venivo a trovare spesso “Pantera” Danova, grande ex giocatore del Milan, e altri amici. La cucina lodigiana è molto piacevole, diverse volte mi è capitato di frequentare ristoranti e trattorie e poi fermarmi a giocare a carte con i gestori o semplici clienti. Trovo che a Lodi ci sia un grande senso di appartenenza: gli abitanti sono molto gelosi delle loro tradizioni».

A proposito di tradizioni: per anni è stato giurato al “Salamino d’oro”, la manifestazione gastronomica promossa dalla trattoria Antica Barca di Cavenago d’Adda.

«Una bellissima rassegna, mi sono sempre divertito e ho sempre mangiato molto bene. Si era formato un bel gruppo di amici, parecchio affiatato: sono una buona forchetta e un uomo di compagnia, quindi mi sono trovato a mio agio».

Lei è uno dei pochi giornalisti sportivi con un passato da atleta. È arrivato fino in Serie B con la maglia del Catania: che tipo di calciatore era Pizzul?

«Avevo tanta passione e poco talento. Giocavo da centromediano, il difensore centrale di oggi. Ero un po’ fuori misura per l’epoca: sono alto 1,90, gli attaccanti dal baricentro basso mi facevano impazzire. Se ho mai giocato nel Lodigiano? No, però conosco benissimo il Fanfulla, club con una storia gloriosa e che in Lombardia, ai miei tempi, era tenuto in grande considerazione. Spero possa tornare ai fasti del passato».

Come è passato dall’altra parte della barricata?

«Per caso. Quando i giovani mi chiedono come si diventa giornalista non so mai cosa rispondere. Perché in me non era scoccata la scintilla per questa professione: anzi, a dirla tutta, i giornalisti sportivi mi stavano pure un po’ sulle scatole quando giocavo a calcio perché mi rifilavano brutti voti in pagella».

E poi cos’è successo?

«Quando smisi con lo sport, mi laureai in giurisprudenza e tornai in Friuli a insegnare alle scuole medie. Nello stesso periodo, quasi controvoglia, mi iscrissi a un concorso della Rai per radio-telecronisti. Passai le selezioni e nel colloquio finale Paolo Valenti, lo storico volto di “Novantesimo minuto”, mi disse di provare a fare il corso insieme ad altri ragazzi che poi sarebbero diventati molto noti, come Bruno Vespa e Paolo Frajese. Così, in poco tempo, mi trovai a fare un lavoro che non avrei mai immaginato».

Come andò la sua prima telecronaca?

«Era il 1970, dovevo seguire lo spareggio tra Juventus e Bologna di Coppa Italia sul campo neutro di Como. Partii da Milano insieme al compianto Beppe Viola, ma ce la prendemmo un po’ troppo comoda: arrivammo con un quarto d’ora di ritardo. Per fortuna che all’epoca le partite venivano trasmesse in differita, così riuscii a colmare in qualche modo il vuoto dei primi minuti».

Lo stesso anno la Rai la promosse a quarta voce per i Mondiali in Messico.

«È l’esperienza che ricordo con maggior entusiasmo. Un’avventura incredibile, vissuta accanto a mostri sacri come Carosio e Martellini. Seguii le partite come un ragazzino che per la prima volta viene portato allo stadio. A quel periodo risale anche la telecronaca più bella della mia carriera: Germania-Inghilterra, ai quarti, la rivincita della contestata finalissima di quattro anni prima. Vinsero i tedeschi ai supplementari, 120 minuti di palpitazioni».

Poi, dal 1986, quella di Bruno Pizzul è diventata la “voce” ufficiale della Nazionale italiana.

«Un onore, ho raccontato le gesta azzurre in diversi campionati mondiali ed europei. Ma, a dirla tutta, mi sono divertito di più prima e in altre occasioni. Perché è vero che l’Italia ci ha regalato soddisfazioni, ma non sempre ha espresso un calcio molto spettacolare».

Più volte è arrivato a un passo dal trionfo, con le due finali perse ai Mondiali negli Stati Uniti nel 1994 e agli Europei del 2000. Quale squadra avrebbe meritato miglior sorte?

«Penso che la miglior Nazionale che ho commentato sia stata quella del 1990 allenata da Azeglio Vicini. Avevamo la squadra più forte del torneo. E in più giocavamo in casa, ricordo un entusiasmo incredibile. L’eliminazione in semifinale con l’Argentina fu un duro colpo, una sconfitta pesante da digerire».

Cinque anni prima invece le toccò suo malgrado raccontare la sciagura dell’“Heysel”, dove morirono 39 persone prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool.

«Fu un’esperienza angosciante. È un ricordo che cerco invano di cancellare dalla mia esperienza di uomo. Mi trovai in una situazione terribile, solo appeso a un microfono. Fino all’ultimo le notizie che mi arrivarono furono contraddittorie e prive di certezza. Quella notte rimane una grande ferita aperta».

Meglio riprendere a parlare di calcio nella sua espressione più pura: c’è un giocatore che ricorda con particolare affetto?

«Ho visto giocare tanti campioni, ma credo che Roberto Baggio sia quello che mi ha emozionato di più. Era un piacere raccontare i suoi colpi di genio, i suoi dribbling, i suoi gol. Era splendido da vedere in campo e soprattutto trasmetteva gioia ai tifosi. Al calcio di oggi manca un personaggio del genere».

Quanto è cambiato il calcio?

«Ha perso certe caratteristiche. La partita non è più l’evento centrale come lo era un tempo. Si parla quasi solo di gossip, di mercato, di Var… Ad alti livelli è quasi difficile definirlo sport. Gli aspetti economici sono diventati prevalenti».

È cambiato anche il modo di raccontare le partite in televisione…

«Tutto parte dalle innovazioni tecnologiche. Una volta c’erano tre telecamere, oggi un regista ne ha a disposizione una ventina: la tendenza è quella di esaltare il singolo gesto ma non la completezza della manovra di una squadra. È proprio cambiato il linguaggio per immagini. I telecronisti devono adeguarsi, devono essere più veloci, incisivi e con una parlantina sincopata».

Nessuno dei suoi “eredi” avrà però l’onore di raccontare l’Italia ai prossimi Mondiali. Qual è la ricetta di Pizzul per risollevare il nostro calcio?

«Bisogna ripensare i settori giovanili. Il problema maggiore è l’abbandono precoce: molti ragazzini lasciano il calcio in tenera età. Forse perché non si divertono più, o perché esiste solo la “cultura” della vittoria o perché i genitori sono troppo insistenti e pensano di avere in casa dei campioni, quando invece i bambini vorrebbero semplicemente giocare. Vedo un inaridimento del calcio giovanile: un tempo, per esempio, c’erano un sacco di friulani che giocavano tra A e B, adesso sono un paio».

Cosa fa oggi Pizzul?

«Sono tornato in Friuli, il calcio resta una grande passione, seguo le partite, rispondo alle decine di richieste di interviste che mi recapitano ogni giorno… E poi incontro spesso vecchi amici come Reja, Capello, Delneri, Giacomini e altri ex compagni di squadra. Lo sport mi ha permesso di instaurare legami umani profondi, consolidati nel tempo».

Da “il Cittadino”, 26 gennaio 2018

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